A. B. Guthrie / Il grande cielo

Serena Caudill sentì un passo all’esterno, poi il cigolare della porta della baracca e si rese conto che stava entrando John. Continuò a ravvivare il fuoco, dove una gallina stava rosolando.
“Dov’è Boone?”
“In giro, per quel che so.” Alzò lo sguardo e lo vide chiudere la porta contro la pioggia alle proprie spalle, senza voltarsi, mentre con gli occhi cercava di abituarsi all’oscurità della cucina. Zoppicò fino a raggiungere la parete, producendo un battito irregolare sul pavimento rivestito di legno. Fece per appendere il cappotto all’attaccapanni, ci ripensò e lo tenne appoggiato alle spalle. Nel calore della stanza si sentiva il suo odore di vacca, sudore, alcool e lana bagnata.
“Si capisce che fuori piove già dal rumore che fai coi piedi,” disse Serena, seguendolo con lo sguardo.
“L’hai già detto un sacco di volte.” Era in piedi davanti alla finestra, come se riuscisse a vedere qualcosa oltre la carta oleata che faceva da vetro. “Cambieresti cantilena se anche tu avessi una pallottola nella gamba.”
“Non sto sminuendo la cosa,” disse lei, controllando con una forchetta a che punto fosse la gallina. Nella propria mente lo vedeva, quel giorno che era tornato da Tippecanoe con una pallottola nella coscia e la pelle sanguinolenta di un indiano nello zaino. Si era tenuto lo scalpo e aveva conciato la pelle per farsene una coramella per rasoi. Era successo parecchio tempo prima, un tempo più che sufficiente perché un uomo non dovesse più lamentarsi per una ferita.
Si voltò. “Ti ho chiesto dov’è Boone.”
Anche se le riuscì di tenere la bocca chiusa, la testa le si mosse di scatto come se gliel’avesse spinta, puntando in direzione del vialetto che conduceva alla baracca in cui dormivano.
La voce di lui riempì la stanza. “Boone! Ehi Boone!”
Si sentirono dei passi nel vialetto, da sopra il soffio fitto della pioggia. La porta si spalancò. Boone era là fuori, incurante della pioggia. “Che cosa vuoi?”
“Entra.”
“Che cosa vuoi, papà?” Boone si mosse lentamente all’interno, lasciando la porta aperta.
“Per non smentirti, sei stato di nuovo allo spaccio a bere alcool e fare guai.”
Serena si sforzò di mantenere calma la voce. “Se anche è così, non ha fatto nulla di disonesto.”
“Il vitello non deve muggire come il toro. Stai lontana da queste faccende, donna.”
Gli occhi di John tornarono a guardare il ragazzo. “Hai quasi ammazzato Mose Napier.”
“Mi tormentava.”
“Ti tormenterà ancora. Ambrose Napier ha fatto denuncia.”
“Ambrose si è rivolto alla legge?” chiese Serena.
“Cristo, vuoi tenere quella bocca chiusa? Sì, ha fatto denuncia.” Si rivolse a Boone. “Andiamo fuori.”
“Non ti permetto di picchiarmi ancora, papà.”
“Cosa?”
“Ho compiuto diciassette anni lo scorso mese e non ho più intenzione di farmi mettere le mani addosso.”
“Le tue intenzioni conteranno qualcosa solo quando per la legge sarai maggiorenne.”
“Ho detto di no. Mi difenderò.”
John afferrò Boone per un braccio e lo spinse verso la porta. “Non sei ancora abbastanza grande per tuo padre, ragazzo.”
“Me ne vado. Davvero. Non ho motivo di stare qui.”
“Dice sul serio, John,” intervenne Serena. “Capisci? Abbiamo tanto bisogno di lui qui.”
“Ti ho già detto di stare zitta ma no, per Dio, devi dire la tua! Non voglio dirtelo più.” John diede uno strattone a Boone. “Se te ne vai, sarà la legge a farti tornare indietro. Esci!”
Serena li guardò dirigersi all’esterno. Erano quasi alti uguali, ma la corporatura di John faceva sembrare Boone magro. Serena si voltò verso il caminetto e, con la forchetta che si era dimenticata in mano, infilzò di nuovo la gallina.

Uscendo dalla porta, Boone sentì il padre che lo rincorreva. Sentì salirgli su il sapore del whisky che gli si era depositato nello stomaco. Udì il rumore della porta che si chiudeva e poi sentì la pioggia sottile che gli batteva sui capelli.

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