Babbitt: tra i migliori 100 romanzi di tutti i tempi (The Guardian).

Non solo Il Grande Gatsby di Francis S. Fitzgerald ha descritto in maniera implacabili fasti e macerie morali di quella “età dell’oro”, ricca di contraddizioni, che sono stati gli Anni Venti americani. Dall’altra parte, negli stessi anni lo scrittore statunitense Sinclair Lewis nel 1922 pubblicò Babbitt che oggi torna in libreria in una nuova traduzione. Si tratta di uno dei libri più sottovalutati della letteratura americana: più citato che letto, tantissime le edizioni sino a ridurlo, almeno tra i lettori italiani, un “classico istantaneo”, uno di quei classici da conoscere come titolo ma nulla più. Si tratta, invece, di un autentico capolavoro che ha l’unico demerito di essere stato schiacciato dal successo del romanzo di Fitzgerald, pur essendo ancora più moderno, lungimirante e antesignano. È il ritratto di un uomo di mezza età, imprigionato dal conformismo: il perfetto “quadro” dell’americano medio con i suoi mutevoli umori, la sua noia, i suoi vani tentativi di evasione. Agente immobiliare, imbevuto di ogni mediocrità borghese, Babbitt un po’ alla volta inizia a uscire dalla vita standardizzata, una vita tutta al servizio degli affari e dell’efficienza, completamente dedito alla famiglia. Il suo credo è ciò che scrive Sinclair come un manifesto della vita moderna (e contemporanea): “La verità è che nella vita non ho mai fatto una sola cosa di ciò che avrei voluto fare. Mi pare che tutto ciò che ho fatto sia stato di tirare avanti e basta” e nel moto di ribellione che, nel finale del libro, fa sorgere uno spiraglio di luce quando raccomanda al figlio: “Quella gente là fuori cercherà di domarti e sopraffarti. Mandali al diavolo!”. Da qui in poi cambia la prospettiva: con immensa bravura, anche di scrittura, Lewis ci fa capire chiaramente che l’ambiente in cui si muove il suo protagonista è solo una parte della realtà americana, una sorta di bolla lontana da molte altre situazioni altrettanto reali e infinitamente lontane dal perbenismo dei circoli e club e dalla casa in cui “nessun segno esteriore rivelava che qui della gente avesse mai vissuto e amato”, ma non è di queste realtà parallele che si parla nel libro, qui vengono solo accennate, quasi esclusivamente per contrapposizione.
Ed è da tutta questa borghesia americana che piano piano il protagonista si discosta, è come se si risvegliasse da un torpore di comodità in cui è sempre vissuto, come se finalmente vedesse le cose attraverso i suoi occhi e non più attraverso le lenti del bravo cittadino, ma non diventa un eroe. Si limita semplicemente a fare piccole trasgressioni ostacolate dalla realtà del fatto che non puoi uscire semplicemente da un mondo senza entrare in un altro forse più difficile e scomodo. O sei dentro o sei fuori. E alla fine stare fuori risulta troppo doloroso e faticoso. Così alla fine il bravo Babbitt tornerà nei ranghi rinnegando le verità più profonde che si affacciavano nella sua vita.

Gianpaolo Serino

Condividi questo articolo su Share on Facebook
Facebook