Bill Roorbach | Vita fra i giganti - Mattioli 1885

Bill Roorbach | Vita fra i giganti

“Ho una fissazione per gli ultimi pasti. Non tipo quelli dei prigionieri che stanno per essere giustiziati, che sanno che quello sarà l’ultimo pasto. Ma come succede agli altri, quasi tutti noi. Qualsiasi cosa ci riservi il futuro, c’è sempre un’ultima cosa che mangeremo. Mamma e papà, per esempio. A loro non è andata male, immagino, se parliamo di ultimo pasto. Uno stupendo ristorante, con tutta la famiglia attorno, sandwich perfetti preparati da qualcuno con una vera attenzione per il cibo. Un pranzo. Il loro ultimo pasto, intendo. Con mia sorella fu invece una colazione, ma accadde anni dopo, e più tardi ne parlerò. Il fatto è che mi piace consumare ogni pasto come se fosse l’ultimo, come se sapessi che è l’ultimo: assaporare ogni singolo boccone, concentrarmi sul cibo che sto mangiando, accertarmi che sia buono, che sia davvero degno di essere mangiato. E sebbene sia un proposito impossibile, cerco di vivere la mia vita allo stesso modo: ogni boccone come se fosse l’ultimo. 

Papà diceva sempre che avrei potuto fare qualsiasi cosa avessi deciso di fare, anche se per lui non era stato così. Mamma diceva che non dovevo aspettarmi che tutto andasse per il verso giusto, e forse nel dirlo pensava alla sfortuna che aveva avuto con papà. Non era una di quelle mamme che ti coccolano. Era convinta che a dieci anni sei grande abbastanza per prepararti il pranzo da solo. Cosa che io e Katy facevamo, dando libero sfogo alla nostra inventiva, spesso con risultati commestibili. Papà, perlomeno, mangiò sempre i nostri piatti senza lamentarsi. 

Non era però uno di quei papà sempre schierati dalla parte dei bambini. Gli piaceva starsene in disparte a osservare, pronto a farti dei complimenti ma anche a rifiutarteli. Mamma era severa con Katy e la spingeva verso una carriera da tennista. La mia nel football, invece, non le interessava in modo particolare. Sperava che mi dedicassi a un hobby più utile, tipo il giardinaggio. Io e mamma trascorrevamo diverse ore, la domenica mattina, lavorando la terra attorno alla nostra modesta casa. Per noi, le azalee sostituivano la messa. Cosa combinavano Kate e papà in quei momenti? Come amava dire mamma, sembrava sempre che stessero cospirando qualcosa. 

Ma l’unico vero amore di papà era mamma, Barbara Barton Hochmeyer, il suo autentico gioiello, che nelle foto del matrimonio aveva l’aspetto di una di quelle donne che vedi sulle riviste glamour. L’unico vero successo nella vita di papà – non si imbarazzava a raccontarcelo lui stesso – era stato mettere mamma incinta di Katy, proprio lui, il ragazzo che il padre di mamma temeva di più, Nicky H. Nemmeno faceva l’università. Certo, mamma era una donna formidabile, alta e con le spalle larghe, una star del tennis all’epoca, campionessa del club fino alla fine, sempre organizzata, sempre programmata, sempre pronta a partire. Nick era più navigato, cercava il margine di manovra, non era uno che avesse un piano. Le parole erano le loro armi più affilate e ne bastavano poche. Lei gli dava dell’inetto e lui le diceva che era anaffettiva e… bum! I loro litigi erano come scontri di boxe: le movenze studiate, preparate in settimane di allenamenti, le strategie immagazzinate, e i colpi sferrati all’improvviso nei momenti più disperati. 

Colpi in senso figurato, intendo. 

Le scuse di papà – dopo gli attacchi di rabbia, dopo gli sbagli, dopo eccentrici sotterfugi o decisioni insensate, tutte cose frequenti – erano laboriose. Mamma, invece, non era il tipo da scusarsi. Lei aveva sempre ragione. Però, senza dire nulla, si infilava un vestito attillato che lui adorava o gli preparava una di quelle strane torte che a lui piacevano tanto: uva spina, farcitura di frutta, mele cotogne. E finivano sempre in camera da letto, dove facevano fin troppo rumore, amanti fino alla fine.”

Pagine 432. Traduzione di N. Manuppelli.