Una donna alla finestra – Drieu La Rochelle

Il signor Theodoris, fondatore della catena Grand Hôtel Theodoris, seduto in poltrona con indosso un’antiquata redingote, troneggiava nella hall dell’Acropolis, al centro del quadro con la cornice dorata. Quel grande albergo era stato la ragion d’essere della sua esistenza, e senza dubbio il pittore che lo aveva ritratto nel dipinto appeso alla parete aveva colto il segreto di quell’uomo che, anche al termine di una serata di maggio del 1924, vigilava sul suo capolavoro con la stessa soddisfazione che, da vivo, lo faceva sorridere sotto i folti baffi bianchi. Come al solito, la gente s’annoiava, uno stato d’animo che al signor Theodoris era sempre stato sconosciuto e che ancora verosimilmente non lo riguardava, al contrario degli avventori che anche quel giorno, come quelli d’un tempo, sopportavano rassegnati la propria pigra indolenza senza più ribellarsi.
Entrando nella hall, si rimaneva piacevolmente colpiti da un’aria di comfort alquanto discreto in cui non c’era nulla di posticcio. L’atmosfera ricordava la Costa Azzurra ai tempi di re Edoardo: qualità e servizio francesi, adattati alle necessità dei ricchi inglesi aristocratici. È vero, non mancavano quadri dall’aria tetra e antiquata come il ritratto del signor Theodoris, e, in alto, una vetrata che faceva pensare a una residenza di campagna europea, tipo 1880, ma le pareti erano decorate da boiserie di mogano massello e le ampie poltrone affondavano in tappeti alti e soffici.
Da un po’ di tempo, il barman e la sua brigata di camerieri svolgevano un nuovo servizio espresso: portavano, infatti, alcolici e bibite gelate in un covo giusto all’angolo dove, di recente, un gruppo di americani e inglesi aveva preso l’abitudine di bere qualcosa al volo, in compagnia di gente come se ne incontra ovunque in giro, e che da un giorno all’altro aveva preso l’abitudine d’imitarli.
“Ne prendo un terzo” disse Margot Santorini.
Ferid Pascià, l’ambasciatore albanese, un pezzo da novanta nel suo ambiente, le lanciò uno sguardo in cui il desiderio era a stento dissimulato dalla doverosa cortesia europea. “Ma sì, ne prenda un terzo e anche un quarto” le sussurrò insinuante, “mi piacerebbe vederla un po’ brilla.”
“No, la smetta di bere, è roba che non la ubriacherà” intervenne Staalbaum, con tono sarcastico e sbrigativo.
“Adoro ricevere cattivi consigli” disse Margot, con aria decisa. “Charlie, dammi un altro Bronx. È vero che non mi dà alla testa… niente più mi ubriaca.”
Il barman osservava la scena e sorrideva, senza imbarazzo. Sembrava un tipo sveglio, uno che ne aveva viste tante, e la commedia che ogni giorno gli offrivano i clienti abituali lo divertiva quanto le mance.
“Allora, verrà con noi a Creta domani, promesso?” le chiese Melançour, il persiano, sorridendo. Se fossero stati più perspicaci, i presenti avrebbero potuto intuire come quel sorrisetto, quasi una smorfia, alludesse a chissà quali momenti incantevoli, a quali chiacchiere d’amore.
“Sì, verrò. Ma Rico no. Per cui sarò un po’ ridicola, da sola, con voi tre… Insomma, una donna abbandonata.”
“Ah, no” disse Ferid, “non cambi le carte in tavola, siamo noi che la rapiamo a suo marito.”
“Crede?”
“Sarà tre volte adultera” precisò Staalbaum. Per la vena d’amarezza che risuonava sempre nella sua voce, anche le battute più insulse diventavano sorprendentemente caustiche. Quello che aveva appena detto ridicolizzava già in partenza la gita: no, non ci sarebbe stata nessuna avventura amorosa. Erano tutte anime malate, pure Margot.
“Avremo a disposizione una bella barca, quella di cui s’è servito l’anno scorso Lord Granmount.”
“Ma perché non invitate altre donne oltre a me?”
“Perché lei è la nostra Margot. Non ce n’è mica un’altra” rispose Ferid, con un sorriso, o meglio una fessura crudele dischiusasi nella pelle spessa e arrossata del volto.
Staalbaum e Melançour approvarono. Incantato, il viso glabro dell’ambasciatore persiano s’illuminò di nuovo, come un deserto fiorito per miracolo. Al contrario, l’espressione ironica contrasse sgradevolmente le guance carnose del danese.
Rico Santorini si faceva sempre beffe di quei tre ammiratori della moglie. E in effetti erano ridicoli nel condividere in quel modo non solo la bramosia che li consumava ma anche la catena cui erano aggiogati. Come se non bastasse, dovevano anche dissimulare l’istintiva brutalità, più ingenua nell’albanese e nel persiano, più perversa nel danese – e in fondo nemmeno cercavano sul serio d’avere successo, per timore d’essere costretti a dimostrare quanto valessero.
Margot, no, lei non li trovava ridicoli, e non capiva le battute del marito; anzi, in fondo era riconoscente nei loro confronti per lo sforzo che facevano e che lei s’ingegnava a rendere ancor più gravoso con la sua civetteria, sebbene vi riconoscesse un vero omaggio. Anche quella sera, come tutte le altre, si stordì: alcol, battute, risate, e quegli scoppi di voce da contralto che lasciava stupiti tutti, visto quanto era esile il collo.
La sua esuberanza incantava, perché Atene non sembrava fornire chissà quali motivi particolarmente interessanti di conversazione.

Condividi questo articolo su Share on Facebook
Facebook