Elliott Chaze: Il mio angelo ha le ali nere

| Erano ben quattro mesi che mi ammazzavo di lavoro su una trivellatrice presso il fiume Atchafalaya, infilando lunghe sonde argentate nel terreno, trascinando i sacchi con il fango della perforazione dalla chiatta fino a riva, spezzandomi la schiena e logorandomi le budella, ma tenendo la mente libera dai pensieri. Cosa di cui avevo assolutamente bisogno. A duecento metri di profondità, ritirammo le sonde e abbandonammo il pozzo. Fummo pagati e ci dissero di tornare di lì a due mesi, magari anche tre.

Benson, il piccoletto strabico che stava a capo delle operazioni di trivellazione, mi disse che me l’ero cavata alla grande. Quelli grossi come me, mi disse, lavorano in modo lento e superficiale quando li metti su una trivellatrice, ma io mi muovevo come se avessi il corpo di un fantino, perciò, se ci fosse stato un altro pozzo da prosciugare, riteneva che avessi le carte in regola per stare alla torre di trivellazione. Ero troppo in gamba, disse, per perdere tempo “a terra, insieme agli altri animali da monta”; mi voleva lassù, col vento fra i capelli e venticinque centesimi di paga in più all’ora. L’unica cosa che riuscii a fare fu evitare di scoppiare a ridergli in faccia.

Ora l’acqua calda e insaponata che riempiva la vasca da bagno all’antica nel piccolo albergo di Krotz Springs mi sembrava una gioia del paradiso. |

Condividi questo articolo su Share on Facebook
Facebook