Il Laureato: prefazione di Paolo Cioni

Nel 1963, quando The Graduate esce in America, Webb ha solo ventidue anni.
Ispirato forse a una reale relazione con una donna matura conosciuta a Pasadena, affascinante e sposata, il romanzo crea un piccolo scandalo ma ha un moderato riscontro di vendite. È infatti con l’uscita del film omonimo, diretto da Mike Nichols quattro anni dopo, nel 1967, che il successo e la fama travolgono il giovane autore, trascinati sì dalla forza del romanzo, dalla potenza dei suoi dialoghi asciutti e stralunati, ma anche dal volto di Dustin Hoffman e dalle canzoni di Simon & Garfunkel. È così che il personaggio del giovane Benjamin Braddock, ma ancor più della seducente e terribile Mrs Robinson, entrano nell’immaginario di un paese e di una generazione e poi di molti paesi e di molte generazioni.
Scritta ai tavoli di un bar sul bordo della piscina del Pasadena Huntington Hotel, The Graduate fotografa le tensioni sociali dei primi anni sessanta e l’insoddisfazione di una generazione come pochi altri romanzi hanno saputo fare. L’America – come accade nei casi più fortunati – si ritrova fra le pagine di un libro, con stupore, con amarezza, con un beffardo sorriso vuoto e disilluso: da una parte le coppie di genitori sorridenti, con un nodo di cravatta o un filo di perle stretto alla gola, con una piscina nel giardino di casa, con i loro party e i loro bicchieri da cocktail sempre stretti fra le dita, e dall’altra Ben, figlio unico, appena ventenne, fresco di una laurea che lo ha lasciato senza entusiasmi o illusioni. È con il suo ritorno a casa e con la sua festa di laurea che si apre il romanzo, con una ipocrita promessa di un avvenire luminoso fatto di una trama inconsistente, e la sensazione è di trovarlo solo contro tutti, unico ventenne in un mondo di adulti, progettato per adulti. Ed è da una donna adulta che sembra arrivare una soluzione che ovviamente una soluzione non è. La vicenda è nota e la trama semplice. Per gran parte del libro non compare nessun ventenne a parte il protagonista, poi entra sulla scena Elaine, la giovane figlia dei Robinson, e ben presto la scena si sposta a Berkeley, dove tutti sembrano essere giovani studenti. E qui Ben prova – seppure in un modo confuso e fin troppo risoluto – a riprendere in mano il suo destino. Nemmeno qui però riesce ad esprimersi veramente, a comunicare quello che prova, a fornire una spiegazione.
Riletto oggi il libro ha la stessa potenza di cinquanta e più anni fa. Cos’è cambiato in fondo, viene da chiedersi? Ancora le cravatte, ancora le feste di laurea, ancora il travagliato passaggio fra una stagione e l’altra della vita, un passaggio con cui a ognuno spetta fare i conti. Ma oltre a questo è soprattutto la lingua a non essere invecchiata, nella sua scheletrica realtà, nei dialoghi lunghissimi fatti di monosillabi, nei dubbi e nei tentennamenti, nelle incomprensioni, nella loro consapevole comica e drammatica ingenuità. Benjamin parla ancora come parliamo noi a vent’anni o giù di lì, quando ci sentiamo confusi, quando non abbiamo idea di che direzione prendere, quando siamo trascinati dalla corrente e tutto quello che sappiamo è che la corrente non ci piace. E non sappiamo niente di più. L’America sullo sfondo è quella dell’incubo ad aria condizionata, quella del Giovane Holden di Salinger, del Compromesso di Elia Kazan, un paese ancora lontano – sebbene manchino pochissimi anni – dai grandi movimenti studenteschi, dalla rivoluzione del flower power, dall’emancipazione della fine di quel decennio. È ancora l’America in cui un ragazzo di vent’anni indossa il suo completo stirato, si taglia i capelli corti e magari si concede molti drink come unica consolazione. Benjamin sente questa contraddizione e si ritrova da solo a dover fronteggiare la generazione dei suoi genitori, poi incontra Mrs Robinson, bella, consapevole, disillusa oltre ogni limite e alcolizzata, e si lascia sedurre. Impacciato si muove fra le pagine incapace di prenotare una camera d’albergo, incapace di reggere la tensione di un rapporto che è esclusivamente carnale. Straordinarie sono le pagine nella camera d’hotel dove i due si ritrovano, quando Ben decide che un dialogo ci debba essere, e forza la sua amante a scambiare qualche battuta su un tema improvvisato per poi concludere poche righe dopo con un “al diavolo, andiamo a letto adesso.” Il passaggio è essenziale, perché è Mrs Robinson che dopo aver introdotto Ben ai piaceri del sesso si prende anche il compito di disilluderlo sul matrimonio, mostrandogli la verità sul suo, e ordinandogli poi di stare alla larga dalla figlia Elaine, in quella che Hanif Kureishi, nella prefazione di un’edizione Penguin, definisce una “pedagogia di delusione e fallimento”.
Nell’aprile 2006 si diffuse la notizia che Webb avesse scritto un sequel de Il Laureato, intitolato Home School: il romanzo effettivamente c’era, tuttavia subito sorsero dei problemi relativi ai diritti. Webb – e mai nessuno fu meno accorto di lui – nel contratto per i diritti del film firmato negli anni sessanta aveva in realtà ceduto anche i diritti sul sequel. Canal+, la compagnia francese che ora possiede i diritti cinematografici de Il Laureato, avrebbe quindi avuto tutti i diritti anche sul sequel. Alcuni estratti del romanzo uscirono su The Times nel maggio di quell’anno. Nel frattempo Webb e sua moglie si trovavano come spesso è loro accaduto in difficoltà economiche. Negli anni i due hanno regalato almeno un paio di case e chissà cos’altro, ritrovandosi poi senza un tetto sotto cui dormire. Nel frattempo Webb si è preso cura di ‘Fred’ (sua moglie Eve in realtà, che si fa chiamare Fred per solidarietà con un’altra associazione), che è clinicamente depressa dal 2001. Home School venne infine pubblicato dalla Hutchinson nel giugno 2007 ed è ora in corso di traduzione per Mattioli 1885.
Molta quindi della fortuna di Webb ruotò attorno al film, non è possibile negarlo. Ancora oggi rileggendo queste pagine vi capiterà di vedere il volto del giovane Dustin Hoffman sovrapporsi a quello di Ben, o di sentire Simon & Garfunkel e il loro ‘It’s a little secret just the Robinson’s affair…’ che suona in sottofondo. Ma a pensarci bene è giusto così. Il libro, le canzoni e il film avevano qualcosa di epocale, e lo ritroviamo ancora anno dopo anno.
Webb tuttavia non fu mai a suo agio con le attenzioni che il film gli procurò. È di questo che in fondo parla Il Grande Slam (Mattioli 1885, 2016 – altro romanzo da riscoprire), di un artista travolto da un successo mai cercato, in un’opera di bravura paragonabile a quella dell’esordio, ma diametralmente opposta: nessun dialogo, nessun turbamento sensuale. E nessun film.
Per Il Laureato Webb cedette i diritti sul soggetto per 20.000 dollari. Il film venne sceneggiato da Buck Henry e Calder Willingham che finirono per utilizzare la maggior parte dei dialoghi così come erano nel libro, prendendosi poi gran parte del merito. Ma a distanza di tanti anni è la forza del romanzo che esce chiaramente da queste pagine, forse troppo a lungo oscurata dalla fama del film, ma ancora attuale, viva e significativa e pronta per una riscoperta.

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