IL MONDO DI ANDRE DUBUS

 

John Smolens è un autore molto interessante e un nostro amico. In aprile il suo romanzo ‘Margine di fuoco’ uscirà in tutte le librerie. John è stato anche un buon amico di Andre Dubus, e chi meglio di lui può ricordarlo a vent’anni dalla scomparsa?

Incontrai Andre Dubus nel 1970 a Bradford, Massachusetts. Avevo vent’anni, studiavo inglese all’università di Boston. Quell’estate avevo lavorato a Cape Code, e lì avevo iniziato a frequentare una ragazza che studiava all’università di Bradford – trenta miglia a nord di Boston. Sapeva che scrivevo racconti e quando, per la prima volta quell’autunno, andai a trovarla all’università, mi disse che dovevo conoscere il suo professore di inglese, che aveva pubblicato dei racconti. Non avevo mai incontrato uno scrittore prima d’allora. Mi sembravano ancora più irraggiungibili e più immaginari dei romanzi e dei racconti che leggevo voracemente. Si chiamavano John Cheever, Flannery O’Connor, James Joyce, e Carson McCullers.

Il nome di quello scrittore era Andre Dubus. Arrivò in classe e parlò per un’ora del racconto di Hemingway Le nevi del Kilimangiaro. Mai sentito prima nulla del genere. I professori universitari, per quanto ne sapevo, parlavano di letteratura “dall’esterno”, fornivano un contesto e una cornice storica, analizzavano gli elementi riguardanti quel testo e l’autore.

Dubus, invece, parlava del racconto di Hemingway “dal di dentro”, dalla prospettiva di uno scrittore. Nessuno dei suoi studenti, men che meno io, osavano fare domande; non perché avessimo paura, ma perché sapevamo che stava accadendo qualcosa di raro e bello e nessuno voleva spezzare l’incantesimo. Dubus aveva questo potere sui suoi ascoltatori, poteva parlare di personaggi inventati come se fossero lì in quella stanza, sapeva incantare.

Dopo la lezione la mia ragazza me lo presentò. Era non troppo alto, ben piazzato, indossava una giacca militare (era stato un Marine), dei blue-jeans con una cintura che aveva un’enorme fibbia argentata, stivali da cowboy, un basco francese. Un abbigliamento non comune nel freddo e grigio New England. Aveva una trentina d’anni, una dozzina più di me, una barba folta, che somigliava molto a quella di Hemingway. La cosa che più colpiva era la voce: veniva dalla Lousiana e parlava con un musicale accento del Sud. Dopo avermi presentato, la mia ragazza disse che scrivevo racconti e, per un istante, i suoi occhi esaminarono quel ragazzo pelle e ossa che aveva bisogno di un taglio di capelli e poi disse: “Scrivi racconti? Allora dovrei offrirti una birra”.

E lo fece davvero. Uscimmo dall’università e andammo in una taverna che si chiamava Kelly’s. Negli anni successivi prendemmo molte birre in quel locale, parlavamo di scrittori, di storie, di quel luogo mistico da cui le storie escono fuori in modo quasi miracoloso.

La taverna Kelly’s.

Per un periodo, durante il mio secondo anno di università, condivisi con Andre un appartamento in un vecchio edificio di mattoni a metà strada tra il campus e Kelly’s.

Io e Andre condividevamo l’appartamento al terzo piano, sul lato destro. Ci costava 100 $ al mese, ero all’ultimo anno di università e lavavo i piatti in un ristorante lì vicino per pagare l’affitto.

Un quartiere centrale nella narrativa di Dubus. Molte delle sue storie sono ambientate nella taverna Timmy’s o lì intorno, che è proprio dall’altra parte del fiume Merrimack rispetto a Haverhill, una città operaia famosa per la produzione di scarpe. Ora io e mia moglie viviamo lì, a nemmeno due miglia da Kelly’s. In racconti come Gente di città e Uccisioni e in novelle come Non abitiamo più qui, Dubus scava nei cuori e nelle anime di chi vive qui, sul fiume Merrimack, a una dozzina di miglia dal punto in cui sfocia nell’Atlantico.

Il 24 febbraio 1999 un amico scrittore del New Hampshire mi chiamò per dirmi che Andre era morto. All’epoca insegnavo all’università in Michigan, sulla scrivania avevo le bozze della mia prima raccolta di racconti My One and Only Bomb Shelter, che stava per uscire. Avevo già pubblicato un paio di romanzi, ma era da quando avevo iniziato a scrivere, anni prima, che aspettavo venisse alla luce quella raccolta, una cosa rara e bella. Andre aveva letto quei racconti, ne avevamo parlato, li avevamo analizzati “dal di dentro”, spesso bevendo una birra da Kelly’s.

Dopo aver attaccato decisi di cambiare l’epigrafe all’inizio del libro; sapevo esattamente quale riga dalla novella Voci dalla luna di Dubus volevo citare. La trascrissi: “Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo”. Ero così sconvolto dalla notizia della sua morte che sbagliai a scrivere la parola “capirle”. Per anni Andre ed io ci eravamo chiamati l’un l’altro Amigo, così sotto la citazione aggiunsi “Adios, Amigo”.

L’epigrafe nella mia copia di My One and Only Bomb Shelter. 

 

 

Traduzione di Livio Crescenzi e Marta Viazzoli

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