PROGETTI SPECIALI

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PROCESSO EICHMANN

Il progetto integrale degli atti processuali del processo Eichmann
ha preso vita attraverso 4 volumi di carattere antologico,
pubblicati dal 2014 al 2016

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MARK TWAIN OPERA OMNIA

Nel 2014 – dopo una serie di titoli sparsi pubblicati negli anni –
prende il via il progetto ambizioso e visionario di tradurre tutta l’opera di Mark Twain.
Il progetto non segue un ordine cronologico ed è curato da Livio Crescenz

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CENTOTRENTACINQUE
Collana diretta da Filippo Tuena

La collana centotrentacinque esce in occasione del cxxxv anniversario
della fondazione della casa editrice, con una tiratura di 135 copie
numerate con numeri arabi, più 15 con numeri romani e fuori commercio.
La collana è disponibile al pubblico sul sito della casa editrice.

Livio Crescenzi introduce ‘Il principe e il povero’ di Mark Twain

Il principe e il povero («un racconto per giovani di tutte le età», recita il sottotitolo originale), scritto tra il 1876 e il 1881, è un romanzo storico che ruota intorno allo scambio di identità e con il quale Mark Twain (MT) intendeva affermare la propria abilità come autore di romanzi seri. Pur utilizzando con una certa libertà diversi dettagli storici della Gran Bretagna del sec. xvi, quali il modo di parlare, gli abiti e i costumi di corte dei Tudor, ciononostante il romanzo condivide con Le avventure di Huckleberry Finn, scritto più o meno nello stesso periodo, i temi della ricerca della libertà, il tema dell’identità, e quello della paternità surrogata.
Dunque, in una Londra del Cinquecento, regnante ma ormai moribondo il famigerato Enrico VIII, avviene, per gioco, uno scambio di persona tra l’erede alla corona, Edoardo Tudor, e Tom Canty, un misero ragazzino londinese, nati entrambi nello stesso giorno. Il primo è il principe di Galles mentre il secondo… Figlio di una mendicante e di un malfattore ubriacone, manesco e irriducibile bestemmiatore, il piccolo Tom viene alla luce in un tugurio che s’affaccia su un lurido buco chiamato ‘Cortile dei rifiuti’, ed è anche lui costretto a girovagare per Londra facendo la questua, ma solo quel tanto che lo metta al riparo dalle percosse del padre e della nonna. Il resto del tempo, però, lo trascorre con un uomo di chiesa, padre Andrew, che gli insegna un po’ di latino, e anche a leggere e a scrivere. E così la lettura diventa l’unica evasione per il ragazzino, la cui testa si riempie di «antiche leggende di giganti e di fate, di gnomi e genietti, di castelli incantati, e di re e di splendidi sovrani e principi», al punto da iniziare a nutrire un desiderio che prende a tormentalo giorno e notte: vedere con i propri occhi un principe in carne e ossa. E il caso vuole che, in un modo alquanto rocambolesco, il suo desiderio infine s’avveri.
Lo scambio tra i due ragazzini sarebbe dovuto terminare la sera stessa, e ognuno sarebbe dovuto tornare nei propri panni. Non tutto, però, avviene com’era stato previsto, e il giovane erede al trono si ritrova smarrito nei luoghi più malfamati e pericolosi di Londra, dove viene creduto pazzo perché si ostina a dichiararsi re, mentre a sua volta anche il piccolo Tom Canty viene considerato pazzo perché mal si adatta a essere trattato come il vero principe di Galles.
Ciascuno dei due bambini vivrà esperienze insolite, stupefacenti, e assurde, nei panni dell’altro, soprattutto il principe costretto a misurarsi con i guai, le miserie, i drammi della povera gente. Questa la storia non priva di elementi picareschi, che introduce inoltre un tema di satira sociale che verrà ulteriormente sviluppato con toni ancora più corrosivi in un altro romanzo di MT, Uno yankee alla corte di re Artù (1889, Mattioli 1885, 2020).
Scambio tra apparenza e realtà, questo dunque uno dei temi fondamentali, e quindi del dubbio sulla natura intima dell’esperienza e della percezione della realtà, o quanto meno quella che passa come tale, che gli abiti incarnano sia materialmente sia dal punto di vista simbolico. I due ragazzini, è ovvio, s’assomigliano ma, a dar luogo allo scambio che decidono di fare come gioco, è sottesa, come rivela la loro conversazione iniziale, una rispettiva mancanza: Tom, lo straccione, desidera rimediare alla plumbea miseria della propria esistenza e ai violenti maltrattamenti cui lo sottopongono il padre e la nonna, inseguendo i propri sogni della vita di corte; mentre il piccolo principe di Galles, Edoardo, sogna l’atmosfera di gioco e di sfrenata libertà di cui gli racconta Tom, come una sorta di evasione dalle cogenti regole di corte.
Il caso e queste rispettive mancanze sono quindi all’origine di due tragitti che saettano in direzioni diametralmente opposte. Edoardo sperimenterà sulla propria pelle le sofferenze degli ultimi dei suoi sudditi, i maltrattamenti del padre di Tom, l’ostilità della folla, l’esistenza errabonda di una vera e propria ‘corte dei miracoli’ e di rifiuti umani, persino la prigione e il rischio d’essere frustato. Tom, da parte sua, vivrà a corte come sognava quando era solo un piccolo straccione, cercando di non tradirsi ma dimostrando anche quella propensione verso la clemenza che gli deriva dalla vita precedente; ma anche, alla fine, sapendo rinunciare al trono a favore del legittimo erede che, ormai maturato dall’esperienza, sarà un sovrano migliore, ovvero il lungimirante Edoardo VI, il cui regno sarà particolarmente mite.
Esperienze parallele, quindi, quelle dei due piccoli protagonisti, e in entrambe giocano un ruolo centrale la ‘pazzia’ e il linguaggio. «La follia è da un lato un meccanismo essenziale della trama – considerarli impazziti serve a giustificare le incongruenze di ciascuno dei ragazzi nel mondo che non conosce – ma anche un valore più disturbante legato al gioco apparenza-realtà» (G. Carboni, Invito alla lettura di Mark Twain, Mursia, 1992, p. 286). La ‘follia’ dei due ragazzini, dunque, è ciò che mette al riparo la conservazione dell’identità, la capacità di salvare la consapevolezza della differenza tra autentica identità e gli abiti, tra l’io e la maschera.
Quanto al linguaggio, MT opera nel libro vere e proprie audaci scorribande sui registri più diversi: dall’inglese standard della voce del narratore, ai dialoghi in un’imitazione dell’inglese elisabettiano, distinguendo, inoltre, l’inglese parlato a corte da quello popolare. Per poi tributare un generoso quanto pirotecnico omaggio all’arte del turpiloquio in uso nel gergo più ribaldo dei malviventi dell’epoca, cui MT dedica addirittura una nota, avendo studiato a fondo l’argomento. Senza peraltro evitare, occasionalmente, d’illuminare questi dialoghi con espressioni e immagini proprie del materiale linguistico della Hannibal della sua infanzia. Va doverosamente fatto presente, però, che nella traduzione italiana, per quanto scrupolo filologico e lessicale si possano esercitare, è fatalmente inevitabile che si perdano moltissimi riferimenti e sfumature intimamente connessi alla lingua inglese, come nel caso, tanto per fare un esempio, dell’uso del pronome della seconda persona singolare thou il quale, distinto da you, ormai suona del tutto arcaico.
Dunque, un romanzo ambizioso e complesso, la cui trama è forse una delle meglio costruite di tutte le sue opere, e che MT, a ragione, si dichiarava orgoglioso di poter leggere alle proprie figlie, è vero, ma come Tom Sawyer e Huck Finn, è tutt’altro che un’opera destinata all’infanzia, tali, se non altro, sono le immagini di disperazione e di crudeltà ritratte in queste pagine.
Ed è un romanzo peculiarmente ‘americano’. E sì perché, nonostante il tema, l’ambientazione e il periodo storico, MT non s’abbandona assolutamente a un registro fantastico o favolistico, o a una romantica rievocazione d’un passato d’oro. Come già in Uno yankee alla corte di re Artù, anche in quest’opera MT rimane aderente con le unghie e con i denti ai valori più lucidi del realismo, della quotidianità, delle questioni sociali e dell’impegno civile. Le descrizioni delle terribili condizioni di vita dei più poveri nella Londra del sec. XVI sono, per esempio, fulminanti. Basterà qui riportare alcune righe relative alla varia umanità che viveva accalcata sul London Bridge, una sorta di cittadina a sé, dove brulicava «un tipo di popolazione dalle idee ristrette, ignorante e presuntuosa. I bambini nascevano sul Ponte, lì venivano allevati e diventavano vecchi, e alla fine lì morivano senza mai aver messo piede in nessun’altra parte del mondo che non fosse il London Bridge. Gente, è ovvio, convinta che quel brulichio interminabile e indaffarato che, notte e giorno, faceva su e giù lungo quell’unica strada, tra un frastuono confuso di grida e di voci, di nitriti, muggiti e belati, e quel continuo scalpiccio che sembrava un tuono di sottofondo, fosse l’unica grande faccenda al mondo, e che loro, in qualche modo, ne fossero i padroni». E dove ai ragazzini venivano impartite ‘lezioni concrete’ di storia inglese: e cioè le teste livide e in via di decomposizione di uomini famosi, teste infilzate su lance di ferro in cima alle sue porte… E all’altro capo della società, la ricchezza e il sontuoso sfarzo della corte e della famiglia reale inglese, che, vedi caso, quelle teste faceva tagliare lasciandole a decomporsi sulla pubblica via a monito delle plebi.
In conclusione, con questo libro pare che MT voglia raccontarci ancora una volta la sua definitiva disillusione dell’incontro con le radici europee, che contraddistingue la sua personale scoperta del Vecchio Mondo, soffermandosi in modo particolare sugli aspetti della crudeltà, della miseria, dell’ignoranza, della superstizione, e soprattutto dell’orrore e dell’arbitrarietà della giustizia.
Se, infatti, in precedenza MT aveva addirittura pensato di trasferirsi in Inghilterra, in quanto il sistema politico inglese gli pareva migliore di quello americano, successivamente il suo entusiasmo diminuirà sempre di più, e le riserve che nutre contro la Gran Bretagna raggiungono quasi il livello di quelle nutrite contro la Francia, per non parlare poi dell’Italia (cfr. MT, Finalmente Parigi e In questa Italia che non capisco, Mattioli 1885, 2019). Sembra quasi che l’esperienza della storia europea, che MT non smise mai di studiare in modo approfondito, rafforzi e integri il pessimismo della riflessione sul recente passato americano, negli anni dal 1876 al 1883, quelli, cioè, della tormentata gestazione di Huck Finn.



Mattioli 1885