PROGETTI SPECIALI

MARK TWAIN OPERA OMNIA

CENTOTRENTACINQUE

Intervista a John Smolens

 

Hannah LeClaire può essere sicuramente considerata una figura centrale nel romanzo, se non addirittura la protagonista. Come è nata l’idea di questo personaggio ‘un’emarginata’ (come la definisce Martin nel secondo capitolo) che a soli diciannove anni deve ricostruirsi una vita, e che nel corso della narrazione svela pian piano un carattere forte e determinato?

Hannah, che è così giovane, ha già dovuto affrontare una situazione difficile – direi anzi tragica – che ha influito sul modo in cui lei percepisce se stessa, e sul modo in cui viene considerata dalla comunità in cui vive. Il romanzo inizia un anno dopo che ha dovuto abortire, a diciotto anni, mentre lei sta cercando di ricostruire la sua vita. Hannah è tormentata da quello che le è successo, e sa che gli abitanti di Whitefish Harbor non dimenticano e non dimenticheranno. Per una diciannovenne, è un peso terribile da sopportare; specialmente in un paesino dove tutti pensano di conoscere tutti (o così credono). Hannah è davvero un’emarginata.

Il suo personaggio non è ispirato a nessuna ragazza che io abbia conosciuto. Ma come insegnante (ho insegnato in diverse università in Michigan per trent’anni) ho conosciuto studenti che, per varie ragioni, erano degli ‘emarginati’; e tutti avevano una cosa in comune: volevano trovare un modo per essere padroni delle loro vite senza che il passato potesse influire sulle loro decisioni o sul modo in cui gli altri li vedevano. Ci vuole coraggio. Spero che i lettori vedano che nella sua forza, Hannah è calma e determinata; e che è diretta e profondamente sincera.

C’è un passaggio, all’inizio del Capitolo 16, in cui Hannah viene descritta mentre è intenta a costruire il patio. Mentre scava nel terreno e dispone i mattoni, è determinata, metodica e implacabile. Non chiede consiglio a Martin o a Pearly, che osservano i suoi progressi dai piani superiori della casa; non chiede aiuto. Vuole farlo da sola; vuole che sia il suo patio. Il passaggio si conclude così: “Le fatiche di Hannah avevano un che di meravigliosamente preciso. Vista dall’alto, era come se stesse erigendo un muro di mattoni tra lei e la terra.” Se il fatto di compiere questo lavoro può essere visto come liberatorio, allo stesso tempo Hannah sta costruendo qualcosa che la proteggerà.

Un altro personaggio che colpisce è Pearly. Nel primo capitolo ci viene detto che: “La sua filosofia, se ne aveva una, era che le cose in questo mondo dovrebbero essere a piombo, in pari e a squadro, ma non lo sono quasi mai.” Anche Pearly è ‘un emarginato’: è un carpentiere con qualche guaio legale, una persona semplice… eppure è uno dei frequentatori più assidui della biblioteca pubblica, ed è nei suoi ricordi che tornano le immagini più belle e le descrizioni più sentite del Lago Superiore. Qual è il suo rapporto personale con questo personaggio e con questo luogo, unico al mondo?

Quand’ero giovane, anch’io facevo il lavoro di Pearly. Sono cresciuto nel New England e ho vissuto in una città in cui c’erano molte case d’epoca, alcune delle quali risalivano al XVIII e persino al XVII secolo (case vecchie in America, ma giovani in Italia!). Ho lavorato con carpentieri molto più esperti e abili di me, e il personaggio di Pearly è il risultato dell’aver conosciuto personalmente alcuni di loro. La sua vita è pesantemente limitata da vincoli legali, tuttavia Pearly accetta queste limitazioni. Pearly sa che vivrà sempre a Whitefish Harbor e sarà sempre considerato come una persona ‘rovinata’; ma nonostante ciò, a suo modo, è una figura necessaria alla comunità. Sebbene alcuni ritengano che sia un inutile ubriacone, in realtà Pearly è molto bravo nel suo lavoro. E sì, è infinitamente curioso (perciò legge): molti pensano che sia improbabile che una persona che fa un lavoro manuale sia anche un lettore. Ma è un’assurdità. Alcune delle conversazioni più interessanti – alcune anche piuttosto filosofiche, direi – le ho avute con altri carpentieri mentre martellavamo chiodi, mentre costruivamo un telaio per il muro o mentre riparavamo un tetto. Una volta ho lavorato con un vecchio carpentiere, uno che sapeva davvero come lavorare il legno e che di notte si studiava i teoremi. A volte cercava di spiegare un teorema mentre stavamo lavorando, ma invano (non sono mai stato bravo in matematica a scuola).
Tuttavia, il suo entusiasmo per la materia era straordinario.
Penso che la relazione tra l’agente Frank Colby e Pearly sia importante. Sono complementari, come seno e coseno. Colby non può capire un uomo come Pearly, apparentemente a proprio agio, persino soddisfatto della sua vita, una vita che agli altri appare banale e senza speranza. Colby crede erroneamente che Pearly sia difettoso perché non mostra alcuna propensione a fuggire dalla situazione in cui si trova, a ‘migliorare il suo destino’. Colby crede che si debba lottare per avere sempre qualcosa di meglio, che si debba essere degli ‘scalatori sociali’, e che il successo si valuta, come è consuetudine, in base a quanto denaro e a quanti beni si possiedono. Pearly non cerca niente. Lui accetta di essere un emarginato. Lui vede l’incongruenza e la follia dell’ambizione. E ciò lo rende libero, ed è un tipo di libertà che intimorisce Frank Colby.

E sì, più di ogni altro personaggio nel libro, Pearly si trova nel suo habitat naturale. Io spero che i lettori italiani possano farsi un’idea di com’è veramente il nord del Michigan. Molta della cultura americana che viene esportata nel resto del mondo (soprattutto attraverso la televisione e il cinema) non rappresenta spesso luoghi come Whitefish Harbor. (Si tratta di una cittadina immaginaria, a circa trenta miglia a est di Marquette, dove abito, sulle sponde del Lago Superiore.
Nella Upper Peninsula del Michigan, che è un’ampia foresta circondata dai Grandi Laghi, ci sono molte cittadine simili a Whitefish Harbor: piccole e isolate. Il fatto di vivere su una penisola, che sia in Michigan o in Italia, dà a una persona una consapevolezza diversa della realtà.) Come molti di noi che vivono qui, Pearly non pensa al Lago Superiore come a una massa d’acqua, un posto su una mappa. C’è davvero un aspetto spirituale legato a questo lago e alla terra che lo circonda: io lo percepisco, ed è lo stesso per molte delle persone che conosco e che vivono qui.

Pearly sa di far parte di qualcosa che è davvero molto più grande di lui; anche se è un emarginato agli occhi della società, lui sa di appartenere a questo luogo sul Lago Superiore. Non dà molto peso al futuro, ma preferisce vivere alla giornata, così come quando in un giorno particolarmente caldo (cosa rara qui nel nord del Michigan) raggiunge uno dei ruscelli che alimenta il lago e s’immerge nell’acqua fino al collo. Questo momento, e quello che segue nella scena in cui arriva Sally, si toglie il vestito, e si unisce a lui nel torrente, questi attimi sono un dono – Pearly è fortunato perché ha capito che la vita è un dono, un concetto semplice forse, ma spesso sottovalutato. Io credo che Pearly possa apprezzare questo dono perché vive in questo luogo. Il lago è vasto e profondo e freddo (a un certo punto l’ha quasi ucciso), e Pearly sa che è dentro la sua anima.

Troppo spesso penso che siamo entrati in conflitto con il mondo fisico che ci accoglie. Più a lungo vivo qui sul Lago Superiore, più ne sono convinto. Non che ci sia bisogno di gettar via cellulari e computer e così via, ma è essenziale essere davvero testimoni di quanto ci circonda. C’è una bella immagine in una lunga poesia, The Theory and Practice of Rivers di Jim Harrison, che ha vissuto in Michigan e aveva una capanna nella Upper Peninsula, e venne spesso a farci visita qui a Marquette (è morto tre anni fa, nel marzo del 2016):

Sitting on the bank, the water
stares back so deeply you can hear
it afterward when you wish. It is the water
of dreams…

[Seduto sulla riva, l’acqua
ti fissa così nel profondo che la puoi sentire
in seguito quando lo desideri. È l’acqua
dei sogni…]

Senza l’acqua e il vento e il cielo, e gli animali che vi abitano (Harrison credeva fermamente che gli animali abbiano un’anima), di cosa sarebbero fatti i nostri sogni? Io sono sicuro che, quando è andato alla biblioteca pubblica, Pearly ha preso in prestito i libri di Jim Harrison e di altri autori che si sono impegnati a scrivere di quella che lui definisce “la terra delle intenzioni”. Pearly crederebbe davvero che l’acqua lo stia fissando.

La complessa relazione tra Frank Colby e Sean Colby viene narrata attraverso gli scontri e i confronti tra i due personaggi, fino al tragico epilogo. Il carattere violento di Sean e la sua passione morbosa per Hannah sembrano essere in parte determinati dalla presenza di questa dura figura paterna, un poliziotto che ha imposto la sua severità al figlio, costringendolo ad arruolarsi nell’esercito e a rinunciare a una vita che forse avrebbe potuto renderlo felice. In un passaggio, verso la fine del romanzo, Frank dice a Sean: “Solo tu sei in grado di determinare ciò con cui riuscirai a convivere.” E Sean capisce cosa deve fare: non deve più ascoltare suo padre. Sembrerebbe che, alla fine, Sean sia ‘buono’ e Frank ‘cattivo’. È così, oppure anche Frank si è reso conto di non poter più convivere con quello che ha fatto al figlio e a Hannah? Qual è la sua analisi di questa relazione padre/figlio, così abilmente costruita?

Cerco sempre di non rappresentare i miei personaggi come esclusivamente ‘buoni’ o ‘cattivi’, e Sean e Frank ne sono un esempio. Tutti noi compiano buone e cattive azioni, ma raramente ciò significa che siamo del tutto buoni o del tutto cattivi. È qui che l’idea del male diventa difficile da definire. Se diciamo che un uomo come Frank o Sean è malvagio, stiamo insinuando che non ha controllo sulle sue azioni. Piuttosto che avere la libertà di scegliere, di decidere quali azioni compiere, staremmo dicendo che il suo comportamento è determinato da una fonte esterna – il Male – che spinge la persona a compiere qualcosa di terribile. E questa naturalmente è la concezione alla base di molte religioni, inclusa quella forma di Cattolicesimo in cui sono stato cresciuto. Non posso dire con certezza che non esista il male, ma preferisco credere che ciascuno di noi sia responsabile delle proprie azioni; compiamo determinate azioni perché siamo feriti, offesi, arrabbiati, gelosi o spaventati; siamo guidati dai desideri, dagli impulsi, dal bisogno non solo di sopravvivere, ma anche di dominare. Troppo spesso agiamo senza esaminare quale sia la causa della nostra motivazione. Io spero che i lettori non vedano Sean e Frank come ‘il buono’ e ‘il cattivo’, ma come due uomini che hanno vissuto una complessa relazione padre/figlio (come del resto sono tutte le relazioni padre/figlio). E spero che, una volta che avranno terminato di leggere il libro, i lettori siano in grado di valutare le ragioni per le quali entrambi i personaggi hanno scelto di agire in un determinato modo: perché si tratta di una scelta, e ognuno di noi è responsabile delle sue azioni. Quando leggo una storia, non voglio sapere ciò che di buono o di cattivo un personaggio ha fatto nel mondo, voglio avere un’opportunità per capire perché quel personaggio ha scelto di agire in quel modo.

Queste sono davvero delle ottime domande, che mettono alla prova, domande che spero faranno riflettere tutti i lettori, una volta che avranno letto questo libro. Non credo di poter dare delle risposte definitive, né credo di doverlo fare. Cechov diceva, in effetti, che lo scopo dell’arte non è fornire delle risposte ma porre delle domande. Una volta che ho finito di scrivere un libro lo lascio andare, me ne separo. È una questione di autoconservazione – non so se sarei in grado di scriverne un altro se ancora possedessi (o fossi posseduto da) il libro precedente. Una volta che l’ho lasciato andare, è tutto nelle mani del lettore e quel libro non è più mio. È così che dovrebbe essere.

Vorrei concludere spiegando ciò che ha significato per me scrivere questo romanzo, in particolare ora che verrà pubblicato anche in Italia. (Lavorare con Mattioli 1885 e con Seba Pezzani, che ha tradotto questo libro, è stata un’esperienza meravigliosa.) Scrissi gran parte di questo romanzo mentre vivevo in Italia. Nel 2003, ebbi la fortuna di essere selezionato per insegnare a un gruppo di studenti universitari americani per un intero semestre in un corso a Macerata. Mia moglie Patricia e io vivemmo qui per circa sei mesi. Lei era già stata in Italia e in Europa prima d’allora, ma per me fu la prima traversata dell’oceano Atlantico. Mentre abitavamo a Macerata, viaggiammo molto, con i nostri studenti e da soli; fu un’esperienza straordinaria. Sebbene non ci sia nemmeno una goccia di sangue italiano nelle mie vene, ho sviluppato una profonda stima per questo paese, la sua gente, la sua storia, e la cultura (e mi piacciono molto anche il cibo e il vino). Nonostante gran parte di Margine di fuoco sia ambientato nella Upper Peninsula del Michigan, dove ho vissuto per molti anni, non ho potuto resistere ad ambientare una parte della storia in Italia. E le scene che si svolgono ad Ancona e nelle Marche non sono ‘romanzate’ (un termine piuttosto ironico in questo caso, no?); non sono immagini di gondole sul Canal Grande e di gente che sorseggia un bicchiere di vino in un caffè all’ombra del duomo di Firenze. Le scene di Ancona, e spero che i lettori saranno d’accordo, sono reali; sono dure e crude perché hanno a che fare con fatti di cronaca di cui sentii parlare e che lessi nei giornali quando vivevo vicino a Macerata. Scrivere dell’Italia mentre mi trovavo sul posto mi ha permesso di cercare di capire questo luogo che era così nuovo ed ‘estraneo’ per me (così come lo è per Sean nel romanzo). Da quando ho scritto Margine di fuoco, sono tornato in Italia il più spesso possibile, e mi considero fortunato ad averlo fatto. Ogni visita è diversa, piena di nuove scoperte, come un buon libro. Ogni visita mi arricchisce. Non vedo l’ora di tornare questa primavera.

Traduzione di Chiara Voltini