James Still / Chinaberry (incipit)

“Era un luogo in cui metà del creato era cielo, un luogo che non avrei mai immaginato potesse esistere, e meno ancora me lo sarei aspettato. Il giorno prima eravamo passati per Waco, diretti a ovest in cerca di lavoro. I campi di cotone che fino a quel momento avevamo visto lungo la strada iniziavano appena a farsi bianchi, e quindi non avevamo trovato nessuno che avesse già bisogno di noi.
Eravamo in quattro. Il capo era Ernest, un vedovo più o meno sulla quarantina, che era già stato da quelle parti, in circostanze simili. Poi c’erano due giovanotti, Cadillac e Rance, entrambi ventenni, chiamati ‘i Cretini’, e per buone ragioni. E poi io – tredici anni, a piedi scalzi, con i miei abiti poveri: una camicia che mi aveva cucito mia madre e un paio di salopette da lavoro.
Ce ne stavamo in un angolo polveroso vicino al tribunale, sotto il sole che picchiava. Ci passavano accanto diversi uomini, che ci lanciavano un’occhiata. Uno sputò e disse: “Siete arrivati con una settimana d’anticipo. Il mio raccolto non è ancora pronto. Tra sette giorni da oggi avrò del lavoro per voi. Anzi, senz’altro mi servirete.” Ma rimase a guardarci riflettendo, suppongo, se nei suoi campi ci fosse già abbastanza cotone per una prima raccolta. E forse era proprio quello il motivo per cui rimase lì, e anzi fu raggiunto da altri due tipi. Uno di loro s’avvicinò ancora di più, e anche lui rimase a osservarci. Non era un agricoltore, come si poteva facilmente capire dal suo modo di vestire. Indossava un paio di vistosi stivali da cowboy e il tipo di cappello che in genere portavano gli allevatori di bestiame, come in seguito avrei appreso.
Me ne stavo seduto lì, nella polvere, con la falda del cappello di paglia abbassata per ripararmi il viso dal sole. Il cappello aveva un buco in cima, e suppongo che da quel foro mi sporgesse un ciuffo di capelli. Avevo i talloni incrostati e duri come il cuoio, perché, come accadeva ogni estate, ero andato a piedi scalzi; e immagino che anche i gomiti non fossero meglio. In casa eravamo dieci figli, e sebbene ogni giorno con uno straccio umido mia madre mi togliesse il sudiciume depositato sul collo e insistesse perché mi lavassi i piedi prima di andare a letto, non c’era verso di dare una sbiancata ai miei piedi bruciati dal sole.”

 Traduzione di Livio Crescenzi

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