Langston Hughes / Mondo senza fine

Nicolás Guillén mi accompagnò in Spagna in qualità di corrispondente per un quotidiano di Cuba. Dal momento che tutti dicevano che il cibo scarseggiava in quel paese dilaniato dalla guerra, ci eravamo portati dietro un’enorme cesta di viveri. Ma avevamo finito per divorare tutto sul treno. Guillén era un compagno piacevole con cui viaggiare e, mentre ci dirigevamo verso Barcellona, mi intrattenne con “cubanismi” e varie canzoni popolari:

Oyelo bien, encargada!
Esta es la voz que retumba –
Esta es la ultima rumba
Que bailamos en tu morada.

Sul confine tra Francia e Spagna c’è una galleria, un lungo tratto di strada al buio attraverso il quale l’espresso notturno proveniente  da Parigi passa alle prime ore del mattino. Quando il treno sbuca fuori, nuovamente alla luce del sole, sul lato spagnolo della montagna, di fronte a una baia di un azzurro scintillante dove i bambini nuotano nel Mediterraneo, ecco che si vede il villaggio di Port Bou. Il paese quella mattina sembrava vivace e sereno. Ma non appena scesi dal treno, notai che quasi tutte le finestre della stazione erano state rotte. C’erano segni di mitragliatrice sui muri della dogana e parecchie delle case vicine erano in rovina, sventrate dalle bombe. Nelle strade tortuose di Port Bou erano affissi cartelli con la scritta refugio, che indicavano alcune cavità nelle montagne che potevano essere usate in caso di incursioni aeree. E vecchi muri riportavano le affissioni recenti dei Lealisti. Una diceva: “Meglio essere la coda di un leone che la testa di un ratto.” Queste furono le prime cose che vidi della Spagna durante la Guerra Civile, quel piccolo paese che si affacciava sul mare, dove i viaggiatori si fermavano per cambiare treno.
In paese stavano raccogliendo il grano, e mentre avanzavamo col treno sbuffante verso sud, uomini e donne facevano ondeggiare le loro falci primitive nei campi. Il treno per Barcellona era parecchio affollato quel giorno e tutto intorno a me la gente dava il via a una raffica di conversazioni in vari accenti. Guillén e io eravamo i soli neri a bordo del treno – pensavo – fino a quando, a una delle stazioni, uscimmo per comprare della frutta e notammo una faccia scura che si sporgeva dalla finestra di una carrozza davanti a noi. Quando il treno ripartì, andammo nella carrozza davanti a indagare. Era un ragazzo dalla carnagione bruna, che veniva dalle Canarie. Indossava  una camicia rossa e un berretto blu. Era fuggito dalle Canarie semplicemente usando l’espediente di salire sul proprio peschereccio col resto dell’equipaggio e veleggiare verso il Marocco Francese. Da lì, poi, aveva raggiunto la Francia. Le Canarie facevano parte della Spagna, ci raccontò, ma ai pescatori non piacevano gli uomini che avevano usurpato il potere, e così molti di loro erano partiti sulle proprie barche ed erano andati a combattere nelle file dei Lealisti. Quel ragazzo parlava uno strano dialetto spagnolo che Guillén faceva fatica a capire. In ogni caso riuscì a spiegarci che nelle Canarie c’erano molte persone di colore, che avevano sangue per metà spagnolo e per metà africano…

Da ‘Mondo senza fine’

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