PROGETTI SPECIALI

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PROCESSO EICHMANN

Il progetto integrale degli atti processuali del processo Eichmann
ha preso vita attraverso 4 volumi di carattere antologico,
pubblicati dal 2014 al 2016

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MARK TWAIN OPERA OMNIA

Nel 2014 – dopo una serie di titoli sparsi pubblicati negli anni –
prende il via il progetto ambizioso e visionario di tradurre tutta l’opera di Mark Twain.
Il progetto non segue un ordine cronologico ed è curato da Livio Crescenz

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CENTOTRENTACINQUE
Collana diretta da Filippo Tuena

La collana centotrentacinque esce in occasione del cxxxv anniversario
della fondazione della casa editrice, con una tiratura di 135 copie
numerate con numeri arabi, più 15 con numeri romani e fuori commercio.
La collana è disponibile al pubblico sul sito della casa editrice.

Lee Maynard | I reietti

Il nuovo romanzo di Lee Maynar, terzo delle trilogia, è in arrivo. Si intitola ‘I reietti’ ed è bellissimo. Ecco un’anticipazione. Buona lettura. >>>

Non sapevo in quale città mi trovassi, o in che Stato, del resto. E, di fatto, non importava. Ovunque fossi, non ci sarei rimasto.

C’era una minuscola stazione delle corriere dall’altra parte della strada, uno di quei posti così piccoli in cui non c’è nemmeno spazio per parcheggiare le vetture: si fermavano direttamente sul marciapiede. E lì, proprio in quel momento, una corriera scassata attendeva con il motore che girava al minimo e il denso fumo di diesel che usciva dal tubo di scappamento.

Ricordavo di essermi seduto sui gradini della Crum High School a osservare le corriere passare lungo la stretta strada oltre i binari della ferrovia. A volte mi sedevo su una staccionata proprio accanto ai binari in modo da poter osservare i volti attraverso i finestrini. Mi domandavo dove stessero andando, quei volti, quelle persone; mi domandavo se sapessero che stavano passando per Crum, o se la cosa gli importasse. Forse non gli importava di passare da nessuna parte o altro. Ma almeno erano in moto. Stavano andando. Di tanto in tanto scorgevo uno dei volti che mi guardava, mentre me ne stavo seduto lì vicino ai binari, e per un secondo o due ci fissavamo. Mi chiedevo perché stessero andando da qualche parte. Ovunque fosse.

Loro si chiedevano perché restassi.

Toccai i soldi in tasca. Non ero mai salito su una corriera. Forse ora era il momento. Attraversai la strada e mi fermai accanto alla vettura sudicia. C’erano altre persone lì, in attesa, con le teste penzolanti, le mani infilate nelle tasche. La porta della minuscola postazione di guida si aprì e ne uscì l’autista. Doveva pesare centocinquanta chili. Teneva il cappello spinto indietro sulla testa calva e stava ancora masticando l’ultimo boccone di ciò che aveva mangiato all’interno della postazione.

Qualunque cosa fosse, non faceva per me. Non potevo farlo. Sapevo da che parte era l’Ovest e mi allontanai in quella direzione.

Appena a est di St. Louis un tizio alla guida di un furgoncino del pane mi diede un passaggio. Mentre attraversavamo il fiume, non riuscivo a staccare gli occhi dall’acqua, seduto lassù in quel furgoncino, guardando giù oltre il parapetto. L’autista parlava ma non lo ascoltavo. Il parapetto scorreva come una serie di chiazze appena visibili sotto i miei occhi e poi fummo giù dal ponte e di nuovo a terra. E provai quella sensazione che sembra essere la mia ragione di vita, la sensazione di essere in un posto nuovo.

Ero nell’Ovest.

Quando l’autista mi fece scendere, mi diede una pagnotta.

Ci volle un’altra settimana per raggiungere le vere montagne.

Il carro bestiame stava andando a nord lungo il Front Range delle Montagne Rocciose e pensai che avrei potuto anche rimanere lì sopra. Alla fine, ci fermammo in un ranch vicino a una piccola città nel sud-ovest del Wyoming. Il ranch aveva bisogno di muscoli. E a me non mancavano. Mi diedero un lavoro.

Cristo! Ero un cowboy.

Non c’era molto nel ranch a interrompere il duro ritmo dell’alternarsi del giorno, del lavoro e della notte, e poi di nuovo la luce del giorno; sistemare recinzioni in luoghi dove non avrebbero nemmeno dovuto esserci recinzioni; stare in piedi nell’acqua così fredda che sembrava crepitare come ghiaccio contro i tuoi stivali di gomma mentre pulivi i canali di irrigazione; tenere un occhio sul tuo lavoro e l’altro su un cavallo idiota, dalle orecchie piatte e dagli occhi roteanti che voleva cercare di staccarti a morsi la rotula ogni volta che salivi in sella; provare giusto a rimanere in vita durante un lungo e amaro inverno passato a nutrire il bestiame nella neve alta fino al culo e chiedersi quante dita avresti potuto rimetterci prima della primavera.

Che diavolo ci facevo lì? Non importava. Era uno dei migliori lavori che avessi mai avuto. Ero felice. Non mi dispiaceva davvero lavorare sodo e lavoravo all’aperto e non c’era nessuno che sapesse che ero mai stato nel West Virginia o nel Kentucky o nel South Carolina. Non c’erano predicatori. Non c’erano vicesceriffi. Come inizio non era male, pensavo.

Fu nel ranch che vidi per la prima volta un recinto ghiacciato. Stavo recuperando alcune bestie al pascolo che si erano allontanate e avevo trascorso la notte in una capanna, una minuscola baracca nascosta nel fianco di un crinale svettante, in parte protetta da una folta vegetazione di pini sul retro. I resti di un recinto di filo spinato sfondato correvano accanto alla capanna e scomparivano nella boscaglia a est. La capanna era piccola e piena di spifferi, ma aveva una stretta branda, una lampada a cherosene e una stufa a legna arrugginita ed era assolutamente molto meglio che dormire fuori. Misi il cavallo in una rimessa addossata al retro della capanna. Presi un libro dalla borsa della mia sella, chiusi la porta della capanna, accesi stufa e lampada, mi avvolsi nel pesante cappotto di lana, abbassai il cappello sulle orecchie, ripulii la sporcizia da una delle minuscole finestre e guardai le spesse nuvole che cominciavano a rotolare lungo la cresta.

Mi piaceva lì. Mi piaceva l’altitudine e la nitidezza dell’aria rarefatta e la sensazione che qualunque cosa fosse lassù apparteneva a quel posto e a nessun altro. E io ero lassù.

La cresta correva verso nord e sul davanti della capanna la si vedeva scendere ripida fino a valle. In lontananza potevo scorgere la strada carrozzabile che riconduceva al ranch, a chilometri di distanza. La sera ora era gelida, troppo fredda per leggere. Avevo con me solo una sottile coperta di lana e durante la notte dovetti alzarmi due volte per alimentare la minuscola stufa. Alla fine, portai la coperta nella rimessa e la legai al cavallo, poi tornai nella capanna e tirai la branda il più vicino possibile alla stufa tenendola però a una distanza sufficiente in modo che non prendesse fuoco. Rimasi sdraiato sulla branda, sonnecchiando mentre la stufa ardeva, svegliandomi quando il fuoco si attenuava.

Il freddo crebbe, e poi la chiara luce del primo mattino illuminò la finestra della baracca, una promessa di calore, una luce così brillante come quella che si può vedere solo tra le pure e belle distese delle montagne, dove per prime bagna le alture, non ancora contaminata dal contatto con il resto della Terra. Non ebbi bisogno di svegliarmi; non mi ero mai veramente addormentato.

Il sole sorse e si fece strada tra i cascanti fili metallici del recinto. Quando uscii nella luce danzante, i fili luccicavano, ognuno ricoperto da uno strato di cristalli scoppiettanti, sottili strati di ghiaccio che si spezzavano e catturavano il sole e proiettavano sprazzi di colore che sfrecciavano davanti al mio viso e attraverso la capanna e tra le montagne lontane. Come il recinto, anche io ero congelato, in piedi, immobile davanti a quel caleidoscopico spettacolo che cambiava con il movimento stesso del mio respiro e le deliranti rotazioni della Terra.

Non avevo mai visto niente di simile. Una recinzione di cristallo. Rimasi lì, prigioniero della luce e del colore, come paralizzato. Ipnotizzato, come se fosse un totem.

E poi, una frazione di secondo dopo, il sole era un po’ più alto, e la luce e il colore svanirono, allontanandosi dai miei occhi in un istante. Camminai lentamente verso il recinto e toccai i fili. Il ghiaccio si spezzava facilmente sotto il tocco della mia mano, cadendo in frammenti sottili e fragili. Afferrai il filo con più forza e scossi il vecchio recinto traballante, finché i cristalli di ghiaccio non scoppiarono vaporizzandosi nella luce del sole.

Per qualche ragione, volevo che il ghiaccio sparisse.

Avrei visto un recinto ghiacciato solo un’altra volta nella mia vita.

Nell’esercito. Al North Depot Activity. Nella parte occidentale dello Stato di New York. 

E anche allora avrei desiderato che il ghiaccio sparisse.

 

Pagine 340. Traduzione di N. Manuppelli.



Mattioli 1885