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Nel settembre 2020 l’Azerbaigian ha sferrato un nuovo attacco al Nagorno Karabakh (Artsakh), repubblica armena de facto, nata dalla dissoluzione dell’Unione sovietica.
La vittoria azera, grazie anche ai droni turchi e all’apporto di miliziani jahadisti, è stata schiacciante.
Una fragile tregua siglata dopo 44 giorni di violente battaglie e pesanti bombardamenti sulla popolazione armena ha retto a fatica con l’interposizione di una forza di pace russa il cui peso dissuasivo si è molto indebolito con la guerra in Ucraina.
Europa e Stati Uniti stanno cercando di conquistare maggiore spazio politico nella regione dove si intrecciano anche gli interessi di Turchia e Iran mentre Aliyev considera chiusa la questione Karabakh e indirizza le sue attenzioni verso l’Armenia già parzialmente invasa e, dopo la guerra, molto indebolita. Prigionieri di guerra, atti di barbarie, distruzione del patrimonio culturale religioso armeno, assedio per fame fanno da cornice a una situazione ancora molto instabile mentre a fatica si tesse una trama per arrivare a un accordo di pace.
L’ultimo violento attacco azero del settembre 2023 segna la fine delle speranze di autodeterminazione ma non allontana il rischio di un’altra guerra.
Un’analisi del contenzioso armeno-azero con la cronaca dell’ultimo dopoguerra per capire origine e sviluppo del conflitto, fino agli ultimi drammatici eventi.
« Quello del Nagorno Karabakh è un conflitto che va oltre la mera disputa territoriale di poche migliaia di chilometri quadrati. Tra ambizioni turche neo-ottomane e il potere azero del gas, il futuro del popolo armeno dell’Artsakh ancora una volta è in pericolo e riaffiorano i fantasmi del genocidio del secolo scorso »
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