Il termine della notte. John MacDonald

Il termine della notte (in uscita nel mese di giugno) è un romanzo bellissimo, duro e affilato come una lama. La storia di una banda di sbandati che attraversa l’America seminando terrore. Raccontato attraverso una raccolta di testimonianze che spuntano dagli atti processuali, è un piccolo capolavoro mai tradotto integralmente in Italia. Questo è uno stralcio centrale: il momento in cui la banda si riunisce e parte il suo terribile viaggio.

 

C’erano solo altri due clienti. Il barista girò attorno al bancone e venne verso il nostro tavolo. “Ehi, niente coltelli,” disse. “Nessun coltello. Non voglio guai.”

Mentre Nan richiudeva il coltello e lo abbassava sotto il piano del tavolo, Robert si alzò, veloce e leggero per uno della sua stazza. “Vuoi guai?” chiese.

“No. Stavo dicendo proprio questo, amico. Non voglio guai.”

Si voltò. Robert gli fu subito addosso, lo afferrò per l’avambraccio e lo fece voltare.

“Devo aver sentito male,” disse Robert. “Pensavo che avessi detto di volere dei guai.”

L’uomo era grasso e flaccido. Vidi il suo volto farsi improvvisamente livido e sudato. Non ne capii il motivo fino a quando non guardai la mano di Robert sul braccio dell’uomo. Sembrava tenerlo quasi distrattamente, ma le sue dita affondavano come uncini nel suo braccio morbido. Vidi il barista cedere un po’ sulle ginocchia e poi rialzarsi con uno sforzo.

“No… niente guai,” disse con un filo di voce, ansimante.

“Bene,” disse Robert. “Meglio così.”

Per un attimo il viso del barista si contrasse per lo sforzo. Si lasciò sfuggire una specie di belato, chiuse gli occhi e si accasciò su un ginocchio. Robert lo tirò su, gli diede una leggera spinta verso il banco e lo lasciò andare. L’uomo tornò al proprio posto barcollando e Robert si sedette.

“Questa è quella che noi chiamiamo filosofia dell’aggressione,” disse Sandy. “Nan si è arrabbiata con me e se l’è presa con Robert che a propria volta si è rifatto su quel ciccione. Stasera, quando tornerà a casa, quel tizio picchierà la moglie. Quest’ultima sculaccerà il bambino. Il bambino darà un calcio al cane. Il cane ucciderà un gatto. Fine della storia. L’aggressione termina sempre con un morto, Kirboo. Ricordatelo. È l’unico modo per interrompere la catena. Se Nan avesse piantato un coltello nella gola di Robert, avremmo finito prima. Non abbiamo mai smesso di essere animali. Andiamocene da qui.”

Uscimmo alla luce del tramonto. Avevo con me la mia valigia messicana, comprata a pochi soldi e nuova di zecca. Sandy Golden portava uno zaino appeso alla spalla. Nan una grande cappelliera trasandata, una specie di scatola cilindrica coperta di plastica rossa con dei motivi tipo pelle di coccodrillo. Robert teneva le poche cose che aveva dentro una busta di carta marrone. Il mondo era luminoso, privo di meta e indifferente.

Facemmo l’autostop per un’ora. Ma eravamo in troppi. Eppure a nessuno sembrava importare nulla. Nan si era seduta sulla mia valigia rovesciata. Sandy blaterava qualcosa sulle suggestioni sessuali del design delle automobili americane. Quando ormai la luce stava svanendo, si fermò un vecchio al volante di un camion. Fece sedere noi tre maschi di dietro, uno accanto all’altro, e Nan davanti con lui. Ci scaricò a Brackettville, quarantacinque chilometri più avanti. Da lì in poi, lui si sarebbe diretto a nord.

La traduzione è di N. Manuppelli.

Condividi questo articolo su Share on Facebook
Facebook