Moccasin Ranch – una Madame Bovary delle praterie

“Madame Bovary delle praterie del Dakota”, così si potrebbe intitolare questo breve romanzo di Hamlin Garland, il narratore per eccellenza del duro lavoro nelle fattorie del Midwest americano. Eh sì, perché tra le due storie parallele narrate nelle pagine che seguono, fa da contrappunto la controversa rilevanza, nel territorio della frontiera, della morale convenzionale.
Giunti nella primavera del 1883, i nuovi arrivati delimitano con i picchetti le loro concessioni agrarie sulla prateria del tutto priva di alberi. E in quell’ampio orizzonte di terra mai dissodata prima, tutto rallegra il cuore di quei pionieri, riempiendoli della speranza di un futuro radioso.
Lasciatisi alle spalle la ‘tirannia dell’Est’, davanti agli occhi dei coloni si dispiega «la maestà della natura selvaggia di Dio», che fa sentire la sua influenza persino sulla qualità delle relazioni sociali di quel pugno di uomini e donne che vivono in capanne tutte identiche, semplicissime certo, ma che pure «riparavano la gente più gioiosa che avesse mai calpestato la terra».
E tra i tanti coloni giunge anche la coppia dei Burke, con la giovane moglie, Blanche, donna bellissima, che colpisce tutti per il suo aspetto, e per un’inquietudine femminile nello sguardo e nei movimenti, e che non sfugge al bellimbusto del luogo, Rivers, non un pioniere, ma un agente immobiliare che si occupa delle concessioni fondiarie. Il marito della donna, come il dottor Bovary, è un mezzo inetto – un tipo cui tutto va male, e soprattutto sembra incapace di mantenere le promesse con cui era riuscito a convincere la bella moglie a trasferirsi dall’Est in quelle praterie in cerca di un futuro migliore.
Dunque, nei primi giorni di primavera, la vita è stranamente idilliaca, e sembra che l’invidia, l’odio e il sospetto siano «evaporati dal mondo». A novembre, tuttavia, dopo aver vissuto per mesi nutrendosi di fagioli in scatola e gallette, i nuovi coloni diventano nervosi. Con l’avvicinarsi dell’inverno, diventa un «deserto irto di minacce, duro come il ferro, impietoso come il ghiaccio». Il vento, una volta conforto, diventa selvaggio e inesorabile. Con il trascorrere dell’anno, l’esistenza su quella terra difficile si fa sempre più incerta.
Nella prateria sconfinata e solitaria, dove il vento di novembre fa «sentire il proprio dominio sulle donne sole, a cui strappava l’anima con i suoi ululati melanconici e i suoi sospiri vasti quanto l’orizzonte e senza parole», si consuma il dramma di Blanche, la cui anima, penetrata dal vento, è riempita di una fame, di un ardente desiderio mai provati prima. E il vento, giorno dopo giorno, si lamenta nelle sue orecchie, risvegliando dentro di lei desideri vaghi e amare disperazioni – tutto un sommovimento interiore che ben presto le emerge dal seno una femminilità cupa. E in aggiunta, lo sgomento di scoprire d’essere incinta di Rivers, con il quale fugge, affrontando la neve e il freddo con l’intenzione di lasciare per sempre quei territori.
La terribile tormenta costringe la coppia in fuga a pernottare nella capanna del socio di Rivers, Bailey, che immediatamente si oppone al tradimento della coppia e alla violazione delle promesse matrimoniali della giovane donna. Con le sue idee tassative e inderogabili sulla moralità, lì per lì Bailey bolla i due amanti l’uno come lussurioso, e l’altra come sfrenata, e quindi tenta d’impedire alla coppia di portare a termine il loro piano.
Ma la solennità, l’imponenza tragica della tormenta che assedia la povera capanna durante la notte, fanno capire a Bailey che coloro che vivono sulla frontiera non abitano in un mondo di valori convenzionali, che debbono sempre rientrare nei limiti o nelle angustie di un contratto matrimoniale. Come si era detto, dunque, una Madame Bovary della prateria, ma con un finale che non ci si aspetterebbe mai, dato il puritanesimo brusco e spiccio di modi dei pionieri, uomini semplici ma talvolta, anche se a fatica, disposti ad avventurarsi nelle pieghe dell’anima con la stessa audacia con cui cercano di colonizzare l’inesorabile prateria che, d’inverno, diventa più di una matrigna spietata e crudele.
A fare da pendant al breve romanzo, un altro ritratto femminile dello stesso ambiente, ma di tutt’altro genere…

A Blanche, donna attraente, inquieta, passionale, si contrappone la protagonista del secondo racconto. Donna e soprattutto madre, Belle ha braccia forti, una voce cristallina, le labbra sempre tese in un sorriso, una saldezza fisica e morale lontana dall’irrequietezza insofferente di Blanche. Non c’è niente che riesca ad abbattere o scoraggiare Belle, lavoratrice instancabile, madre dolce e sempre presente, vicina di casa generosa, sposa fedele, che cela un amore tanto profondo per «il suo soldato dall’uniforme
blu» da aspettarlo sola, in una casa fredda, mentre lui è in guerra, e da rinunciare a focolari sicuri per assecondare lo spirito avventuroso del marito. Le sovrumane fatiche della fattoria, i continui trasferimenti «sempre più a Ovest», la povertà, la morte di una figlia, non riescono a spegnare la gioia e la tenacia che la contraddistinguono. Non c’è vento che possa strapparle via l’anima. Eppure il Tempo passa inesorabile anche per lei, sbattendo rapido le sue ali nere da angelo. Persino Belle si indebolisce,invecchia, è costretta a chiedere aiuto, si avvinghia al collo del figlio nel disperato tentativo di trattenerlo qualche giorno in più.
Adesso che la sua vita è avvolta dal silenzio che è origine del tutto, quel figlio ne ripercorre l’esistenza, tanto monotona e tediosa, che i giorni si affollano strepitando nella sua mente, «come uno stormo di uccelli grigi nella notte».
I paesaggi del Wisconsin, dello Iowa, del South Dakota, le colline, le valli, i boschi, le pianure brulle, si susseguono in un turbinio di stagioni in cui la terra è ugualmente ostile, la vita ugualmente agra. Questi paesaggi geografici vengono a sovrapporsi ai paesaggi mentali impressi nella memoria di un figlio, paesaggi non meno desolati e ostili ma costellati di piccoli, eppure luminosissimi, momenti di felicità: i canti, i giochi dei bambini, il Natale, le cene con i vicini, il riposo della domenica.
Il narratore, senza nascondere la commozione, condivide ricordi intimi e personali, definendosi figlio prima che uomo, marito, padre, intellettuale; costruisce una narrazione universalmente valida e delinea i contorni di una vita, quella di sua madre, eroica nel suo essere tragicamente comune.
Belle Garland non è ‘la moglie di’ o ‘la madre di’ un pioniere. Pioniere lo è lei stessa, perché continuamente chiamata a seguire il richiamo della terra dove tramonta il sole, «a lasciare il suo intimo e sicuro focolare per una rozza capanna in territori stranieri». Pioniere, soprattutto, perché madre, donna che ha portato in grembo e ha cresciuto con amore un futuro che i coloni speravano più luminoso del presente, ragione del sangue, del sudore, delle lacrime versate su zolle mai morbide e su terre mai
ospitali.”

di Livio Crescenzi e Marta Viazzoli

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