PROGETTI SPECIALI

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PROCESSO EICHMANN

Il progetto integrale degli atti processuali del processo Eichmann
ha preso vita attraverso 4 volumi di carattere antologico,
pubblicati dal 2014 al 2016

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MARK TWAIN OPERA OMNIA

Nel 2014 – dopo una serie di titoli sparsi pubblicati negli anni –
prende il via il progetto ambizioso e visionario di tradurre tutta l’opera di Mark Twain.
Il progetto non segue un ordine cronologico ed è curato da Livio Crescenz

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CENTOTRENTACINQUE
Collana diretta da Filippo Tuena

La collana centotrentacinque esce in occasione del cxxxv anniversario
della fondazione della casa editrice, con una tiratura di 135 copie
numerate con numeri arabi, più 15 con numeri romani e fuori commercio.
La collana è disponibile al pubblico sul sito della casa editrice.

PER VOLTARE PAGINA: “La luce alla nascita” da “Piaceri rubati” di Gina Berriault

 

Marie è ospite in casa di Leni, che accudisce la madre novantaseienne, ormai in bilico fra il lontano passato e l’aldilà, immersa nelle visioni di luce che si hanno al momento della nascita.
Francesca Cosi e Alessandra Repossi

 

L’immensità della luce – il bagliore del cielo invernale e il riflesso dell’oceano – la facevano piombare nel sonno a mezzogiorno, alle due, a qualunque ora del giorno. Si era sempre tenuta alla larga dai pisolini diurni, tranne quando era malata e quando, dopo l’amore, si addormentava con un amante; ma quel sonno era un proclama, come di un guaritore più potente del suo io, quell’io che per un po’ aveva disimparato a curarsi a modo suo.
La casa a palafitta in cui se ne stava distesa, al piano di sopra, su un tappeto, su un divano, sul letto, aveva le tegole marroni e due piani sostenuti da pali sprofondati nella sabbia. Con l’alta marea l’acqua arrivava gorgogliando sotto la casa, scoprendo i sostegni, e il mormorio regolare delle onde congiurava con la luce per farla dormire. I rumori lievi, le voci basse dal piano di sotto, dove viveva la padrona di casa – una donna tedesca con la madre novantaseienne – non la disturbavano affatto, erano solo i rumori bruschi a svegliarla, i tre cagnolini che abbaiavano ogni volta che un visitatore metteva il piede sul portico o che litigavano tra loro contendendosi la sistemazione preferita.
Da bambina, quando abitava in una cittadina di mare vicino al confine, il suo primo incontro con l’immensità terrestre era stato la vista dell’oceano, e adesso era tornata all’oceano in quel posto a nord di San Francisco per ritrovare quella vastità, ora che aveva un bisogno urgente di liberare la mente, facile preda di limitazioni e paure, da ogni costrizione. Dormire era come crogiolarsi nella luce e dopo tre giorni che pisolava, si svegliò.
Fuori, sul piccolo portico alto, lanciò in aria dei pezzetti di pane e i gabbiani arrivarono in picchiata. Vicini, sospesi, con le ali aperte e le code di un bianco puro e traslucido, erano creature sconosciute, senza nome. Quando finì il pane e gli uccelli tornarono a posarsi sulla sabbia, ripresero a esserle familiari.
La vecchia madre, avvolta in un ampio scialle di lana di un azzurro intenso, se ne stava su un divano nella stanza davanti, e i suoi occhi celesti dalle lunghe ciglia sembravano ciechi. Un temporale che si levava all’orizzonte a mezzogiorno diffondeva davanti a sé brandelli di nebbia e la stanza passava continuamente dal buio alla luce. La vecchia pareva ignara di quel gioco di luci e ombre su di lei. Parlava soltanto tedesco e solo alla figlia. A un certo punto, mentre i cani sonnecchiavano, disse qualcosa a nessuno in particolare e Marie, seduta sull’altro vecchio divano di fronte alla madre, un tavolino basso a separarle, chiamò la padrona di casa che era nel cucinotto: “Sta parlando con me?”
“Parla con Paulie, il suo preferito.”
I dardi di luce scomparvero nuovamente dai bicchieri e dalle bottiglie della stanza e i colori della vetrata che dava sull’oceano, un momento prima proiettati sul volto della vecchia, divennero scuri. Il volto della vecchia madre veniva da un’epoca remota, e anche se la donna era minuta e doveva essere quasi portata di peso sul divano, il suo io era saldamente ancorato al passato. E quando Leni, la figlia sessantenne alta e robusta, si sedeva accanto alla madre – lei con i capelli lisci e bianchi tirati indietro a scoprire la fronte, la madre con i capelli altrettanto grigi tirati indietro a scoprire la fronte, i loro occhi azzurri come un cielo perfetto – l’ospite provava dentro di sé la stessa confusione, lo stesso conflitto di quella sera a Colonia, l’estate precedente, quando lei e il suo compagno avevano messo piede per la prima volta in una città europea. Avevano preso un pullman all’aeroporto del Lussemburgo perché era lucente e vuoto, loro erano euforici e non gli importava la direzione che avrebbero preso, e il pullman aveva percorso una placida autostrada nei boschi fino a Colonia. Poi, a mezzanotte, al ristorante della stazione – pochissimi clienti, tanti tavoli vuoti e un cameriere triste, pallido e zoppicante con una giacca nera stropicciata e una striscia di raso nero sulle maniche – aveva sentito gli orrori del passato piombarle addosso, come se ciò che era successo in quel paese stesse ancora accadendo o fosse sempre sul punto di accadere. Vedi il nostro cameriere, aveva detto lui con il viso immerso nel vapore del cibo sul piatto, il nostro cameriere zoppo? Ha scambiato degli stranieri per il nemico, proprio come stai facendo tu in questo momento.
Lei però non ascoltava lui, ma il proprio cuore, per sentire se era disposto ad accompagnarla in quel paese.
Leni si accorse che lo scialle stava scivolando giù e lo risistemò addosso alla madre. La donna indossava una veste da camera di lana morbida, trapuntata e imbottita, color carne. “Era di mio fratello, non se l’è più messa dai tempi dell’università” disse Leni con una voce da ragazzina. “Quando è venuto a trovarci, l’ha guardata con rimpianto.” Il fratello, un medico in pensione più vecchio di Leni, era tornato in Europa e adesso viveva in Svizzera e sentiva il freddo nelle ossa, disse lei, a prescindere da quanto danzasse con le giovani donne.
“Dov’è stata, in Germania? È andata a Heidelberg?” chiese Leni. “Io e mio fratello ci siamo nati. Salendo dal Neckar c’è la Passeggiata dei filosofi e lì si può camminare e guardare il fiume e il vecchio ponte, e sui pendii in basso ci sono dei giardinetti. Noi vivevamo lassù: c’erano i mandorli, che sono i primi a fiorire, e i peschi selvatici, che hanno fiori più grandi di quelli coltivati. Il seme cade per terra e nasce la pianta. E poi c’erano dei vecchi ciliegi, quello nel nostro cortile arrivava al secondo piano; ce n’erano tanti in fiore e la gente veniva su a frotte per passeggiare sotto gli alberi.”
Il temporale era calato su di loro e la casa divenne buia sotto la pioggia fitta. Lei salì di corsa le scale e andò nelle sue stanze a guardare le onde rovesciare sulla riva pezzi di legno e rami che erano stati portati via dai fiumi settimane prima, durante una tempesta che aveva spazzato tutta la costa. A sud, dall’altra parte del mare, vedeva il luccichio argenteo della città sotto la pioggia, un angolino di città, dove il canale si apriva al mare. E chissà se a scuola, in città, mentre la pioggia scrosciava contro le finestre e le voci si sentivano a malapena, qualche studente si chiedeva che cosa fosse successo a lei, la professoressa scomparsa? Aveva fatto tante prediche sulla necessità di ripulire la mente dalle proprie “mine antiuomo”, dalle trappole per gli estranei che provavano ad avvicinarsi, quelle trappole mortali che distruggono l’io, oltre che l’altro. Lasciate entrare un po’ di luce, aveva detto loro. Lascia entrare un po’ di luce, implorava se stessa.
Rimase sveglia tutta la notte per via della pioggia che batteva sulle finestre, delle onde che rimbombavano sulla spiaggia, contro le fragili barricate di pietre e dune delle case, del forte brillio delle boe di segnalazione sollevate in aria dalle acque nere e del luccichio bianco della città, una rete luminosa galleggiante. Al piano di sotto doveva essere buio, l’unica luce era quella delle onde bianche che si riflettevano sui vetri delle finestre. Le due donne erano addormentate, ne era certa, abituate ai temporali in riva all’oceano dopo dodici anni in quella vecchia casa robusta che in precedenza, quando vivevano in città con il fratello di Leni, era stata la loro casa al mare. La vecchia madre nella minuscola camera sul lato più riparato, la figlia nella stanza leggermente più grande e i tre cagnolini nei loro posti preferiti.
Quando venne giorno, il cielo era ridiventato limpido. Uno stormo di merli beccava sulla sabbia umida, poi si alzò in volo posandosi sui fili elettrici, dove gli uccelli iniziarono a lisciarsi le penne tutti in fila. A mezzogiorno Marie bussò di nuovo alla porta con la zanzariera. I cani abbaiarono, Leni rispose e lei entrò.
La vecchia non era sul divano, che era occupato dal cane bianco con il pelo arruffato; il secondo cane si agitava da qualche parte e il terzo era fuori sulla spiaggia, ad annusare i rottami. Marie si sedette al solito posto e Leni uscì dalla stanza della madre, si accomodò sull’altro divano e iniziò a sferruzzare.
“Quando ero bambina” disse, e dal tremolio della sua voce l’ascoltatrice avrebbe dovuto capire che ci aveva rimuginato su per tutta la notte, “anche noi avevamo un giardino. Mia madre aveva alberi di aranci e limoni e tanti cespugli di rose. Uno era alto quanto gli alberi e i suoi rami più grossi pendevano verso terra come una tenda coperta di rose. Erano ebrei, mio padre e mia madre, scappati dalla Germania. Prima andarono a Cuba, dove mio padre lavorava in una fabbrica di sigari in cui arrotolavano le foglie di tabacco a mano, poi vennero in California.”
Le lasciò un senso di angoscia nel petto, quella confessione, quella cronaca di un minuto, quella preghiera di essere liberati dalla falsa immagine di sé e dei propri cari costruita da qualcun altro.
La donna non cambiò espressione, non ci furono pause nello sferruzzamento del maglione bianco. “La terra è come un campo di rifugiati” disse. “Ce ne sono tanti. Forse non si salvano la vita, ma si salvano l’anima. Io e mia madre abbiamo preso la Bremen l’ultima volta che ha viaggiato. Mio fratello era già qui, ma loro sospettavano di mia mamma. Avevamo gli atti di nascita, i documenti della chiesa, quelli del municipio, ma non importava. Da piccola si era ammalata e i suoi genitori l’avevano portata dalla nonna in campagna, e quando era tornata a casa, i vicini avevano pensato che non fosse figlia loro. Chi era quella bambina sconosciuta, e da dove veniva? Non è terribile che tanti anni dopo i vicini ricordassero quella storia della bimba sconosciuta? In quell’ultimo viaggio c’erano cento, forse centocinquanta passeggeri e la nave poteva trasportarne duemila. I maschi giovani non potevano lasciare la Germania e quella era una delle ragioni per cui era vuota. I pochi ebrei non si presentavano mai ai pasti, mangiavano nelle loro cabine. Gli avevano detto di rimanere lì, immagino. C’erano tantissimi tavoli vuoti in sala da pranzo, quando un tempo si facevano tre turni a pasto, e sul ponte – si dice così? – tante sdraio enormi, libere. Uno dei passeggeri, un reverendo inglese, teneva dei sermoni e io andai a sentirli tutti. Era in pena per il mondo. Eravamo tutti in pena per il mondo, su quella grande nave vuota.”
Marie percorse la striscia di sabbia bagnata e conchiglie spezzate fino alla laguna, un tragitto lungo. Più avanti, sulla spiaggia, c’erano parecchi uccelli di ripa, uccisi dalla tempesta. Il mare era abbagliante e l’aria così limpida che si vedevano le isolette, a chilometri di distanza. Rientrò quando il sole era diventato un gioiello scintillante e oblungo all’orizzonte.
Il giorno dopo, alle dodici, la vecchia madre era ancora a letto. Marie non si era mai affacciata nella sua stanza, ma dal suo posto sul divano aveva visto che era più buia delle altre e poco più grande di un’alcova.
“Sogna feste in giardino” disse Leni. “Penso che sia una festa che non finisce mai perché le luci sono bellissime, dice. Mi ha raccontato che hanno fatto un banchetto, e io posso prendere gli avanzi. Ieri sera le ho chiesto: Devo spegnere la luce? E lei ha risposto, Se va bene a loro. Li chiama Herrschaften, gli aristocratici. Sono degli sconosciuti. Mi chiede chi è questo e chi è quello e io le rispondo che non li ho mai incontrati. Stamattina mi ha detto di aver visto il kaiser vestito in abiti sontuosi. No, era il Signore, ripensandoci. Vieni a darle un’occhiata. Mi ha detto che eri la sua amica di quando era bambina a Friburgo, la città dov’è nata, e io ho evitato di dirle che hai visitato soltanto Colonia.”
La madre era minuscola, rivolta alla parete, e le coperte erano del colore dei suoi capelli grigi e della pelle pallida. Nel letto non occupava più spazio di un bambino. Anche sua madre era stata così, anche se la sua vecchiaia era stata più breve. Il respiro dell’anziana era impercettibile, non provocava il minimo movimento sotto le coperte. Marie dovette distogliere lo sguardo, fare un passo indietro e coprirsi il viso per nascondere la smorfia di dolore per quella vecchia madre, per il ricordo della propria madre morente. Quella notte fu svegliata dagli sconosciuti che si trovavano alla festa in giardino della vecchia madre. Visioni di luci e di estranei avvolti dalla luce, circonfusi da quel chiarore: questo vedeva la moribonda. Sapeva chi erano, quegli estranei. Erano i primi di tutti gli sconosciuti della vita, quelli presenti quando esci dal ventre buio e ti affacci alla luce meravigliosa della terra, e che non rivedrai più fino alle tue ultime ore. Si alzò e si mise a camminare, scalza, attenta a non fare rumori che potessero disturbare quel raduno di sconosciuti nella stanzina al piano di sotto.

 

Traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi

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