PROGETTI SPECIALI

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PROCESSO EICHMANN

Il progetto integrale degli atti processuali del processo Eichmann
ha preso vita attraverso 4 volumi di carattere antologico,
pubblicati dal 2014 al 2016

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MARK TWAIN OPERA OMNIA

Nel 2014 – dopo una serie di titoli sparsi pubblicati negli anni –
prende il via il progetto ambizioso e visionario di tradurre tutta l’opera di Mark Twain.
Il progetto non segue un ordine cronologico ed è curato da Livio Crescenz

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CENTOTRENTACINQUE
Collana diretta da Filippo Tuena

La collana centotrentacinque esce in occasione del cxxxv anniversario
della fondazione della casa editrice, con una tiratura di 135 copie
numerate con numeri arabi, più 15 con numeri romani e fuori commercio.
La collana è disponibile al pubblico sul sito della casa editrice.

‘Autobiografia per sommi capi’ di George Orwell: la prefazione di Alessandro Gnocchi

«Una mente in meno, un mondo in meno». È lo stringato e abissale bilancio di George Orwell davanti a una esecuzione capitale in Birmania alla quale ha assistito con la divisa della polizia coloniale. Questo individualismo, così perentorio da non richiedere una riga di spiegazione, salvò lo scrittore dagli eccessi ideologici e lo portò a condannare senza appello il comunismo sovietico oltre al fascismo in tutte le sue varianti. Era lo stesso individualismo che lo induceva a considerare il popolo britannico come vero argine all’avanzata dei totalitarismi. Aristocrazia e intellettuali erano pronti al tradimento. Avrebbero accettato un regime amico di Adolf Hitler. Al contrario, il popolo britannico non avrebbe mai acconsentito a una limitazione delle libertà. 

George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair, 1903-1950) ha attraversato la prima metà del sanguinario XX secolo facendo esperienza del peggior menu che la Storia possa offrire: gli orrori della Guerra civile spagnola, passati come volontario tra le file dei Repubblicani; le brutture del colonialismo, vissute in Birmania nelle forze dell’ordine; l’ipocrisia di un classismo paternalista, intuita a scuola e sperimentata negli anni da vagabondo; l’ascesa dei totalitarismi e il trionfo dello stalinismo. Negli articoli di questa raccolta, alcuni dei quali inediti in Italia, è possibile seguire Orwell dal college fino al secondo conflitto mondiale. In quel momento, l’autore, consumato dalla tubercolosi, era pronto a tirare le somme e a lanciare un monito (eterno) agli amanti della libertà. Sono gli anni di 1984, romanzo scritto mentre sputava letteralmente sangue, prima in auto-esilio alle gelide isole Ebridi e poi sempre più spesso nei sanatori. La distopia di 1984 è, prima di tutto, un elogio disperato dell’amore e del sesso. Sono le forze che spingono gli uomini alla ribellione contro la grigia vita programmata dal Potere. Il bersaglio politico di 1984 è il socialismo reale ma il genio di Orwell coglie l’eterno nel contingente, la legge nell’avvenimento. Per questo, di recente, Michel Onfray, dopo aver definito in termini orwelliani le regole della tirannia, ha scoperto, in modo purtroppo convincente, che già le applichiamo. Quali regole? Apriamo Teoria della dittatura (Ponte alle Grazie). Primo. Distruggere la libertà attraverso la sorveglianza continua. Secondo. Impoverire la lingua, eliminando le parole e i classici. Terzo. Abolire la verità e sostituirla con la propaganda. Quarto. Sopprimere la storia e riscriverla con gli occhi dell’ideologia corrente. Quinto. Negare la natura. Si umilia la voglia di vivere, si impongono norme igieniche sproporzionate, si programma la frustrazione sessuale. Sesto. Propagare l’odio. Qui occorre un nemico che giustifichi misure d’emergenza e allontani l’attenzione dalle responsabilità di chi governa. Settimo. Aspirare all’Impero, cioè gestire l’opposizione, governare assieme alla classe dirigente, indottrinare i bambini. Ricorda qualcosa?

Questa antologia nasce da una selezione in chiave autobiografica della gigantesca produzione giornalistica e saggistica di Orwell. Il lettore potrà vedere da dove provenisse la lungimiranza dello scrittore britannico. L’istruzione classista e ipocrita è messa subito in prospettiva: a scuola si sperimenta la forza ricattatoria del moralismo e l’intima ribellione a esso. Scrive Orwell: «Un bambino accetta i codici di comportamento che gli vengono proposti, anche quando li infrange». Ma… «era come se in fondo al cuore ci fosse un io incorruttibile, ben conscio che qualunque cosa facessimo – ridere, piagnucolare, andare in un delirio di gratitudine per le piccole concessioni – il vero sentimento che provavamo era l’odio». La scuola è un’introduzione, un’esercitazione al classismo della società: «La vita era organizzata in maniera gerarchica e qualunque cosa succedesse era giusta. C’erano i forti che meritavano di vincere e vincevano sempre, e poi c’erano i deboli che meritavano di perdere e perdevano sempre, incessantemente». 

La già ricordata esperienza in Birmania diventa una condanna del colonialismo. Quanto è diverso, però, il modo di ragionare di Orwell rispetto ai movimenti de-colonizzatori che insistono – sia chiaro: legittimamente – sul vittimismo delle minoranze. L’imperialismo era un male. Orwell odiava profondamente l’incarico oggettivamente repressivo che svolgeva. L’impero britannico era «comunque molto meglio degli imperi più giovani che stavano per soppiantarlo», almeno aveva un’idea di cosa fosse la libertà, sebbene si guardasse dall’applicarla nelle colonie. Orwell si avventura in terre inesplorate e aggiunge un affondo profondamente autocritico alla polemica in favore degli oppressi. Il colonialismo fa male anche ai colonizzatori: «Capii che quando l’uomo bianco si trasforma in tiranno, quella che distrugge è la propria libertà». La contraddizione tra l’orgogliosa rivendicazione dei propri diritti entra in irresolubile conflitto con la servitù imposta agli altri popoli e ne esce danneggiata. 

La forza dell’individualismo si fa sentire anche sul campo di battaglia. Il volontario Orwell è in prima linea in Spagna contro il franchismo quando vede uscire dalla trincea un uomo mezzo svestito che si regge i pantaloni. Era forse un portaordini colto di sorpresa da un imminente attacco aereo. «Non gli sparai anche per via di quel dettaglio dei pantaloni. Ero venuto a sparare ai ‘fascisti’, ma un uomo che si regge i pantaloni non è un ‘fascista’, è evidentemente un altro essere umano, simile a te, e non ti viene voglia di sparargli». 

La Catalogna è il luogo dove l’autore scopre che la verità non esiste più. Al suo posto, d’ora in avanti, scrive Orwell, avremo soltanto propaganda: i fatti dovranno accordarsi con le profezie ‘infallibili’ dei politici. Ecco, bastano cinque righe di Orwell per accorgersi quanto sia rasoterra l’attuale dibattito sulle cosiddette fake news. Verificare la bontà di una notizia può essere utile ma il problema, tutto culturale, è il rapporto tra relativismo e propaganda. Orwell: «Ho visto di fatto la storia scritta non nei termini di ciò che era accaduto, ma di quello che sarebbe dovuto succedere stando alle varie linee di ‘partito’». E ancora: «Cose di questo genere mi spaventano, perché in genere mi danno la sensazione che il concetto stesso di realtà oggettiva stia svanendo. A pensarci bene, infatti, ci sono buone probabilità che quelle bugie, o in ogni caso bugie simili, passeranno alla storia». Il totalitarismo nega che la storia possa essere scritta in modo oggettivo. Le teorie naziste fanno un passo ulteriore nella distruzione della verità: «Per esempio non esiste quella che chiamiamo ‘scienza’. Ci sono solo la ‘scienza tedesca’, la ‘scienza ebraica’ eccetera». Brutto? Bruttissimo. Si può anche fare peggio, ovvero estendere questa mentalità al passato: «L’obiettivo implicito di questo modo di pensare è creare un mondo da incubo nel quale il leader o la cricca al comando controlla non solo il futuro, ma anche il passato. Se riguardo a questo o a quell’evento il leader afferma “non è mai avvenuto” – be’, allora non è mai avvenuto. Se dice che due più due fa cinque, allora due più due fa cinque». Winston, il protagonista di 1984, sostiene infatti che la libertà consiste nel poter dire: «due più due fa quattro». 

L’elenco delle ‘profezie’ azzeccate potrebbe continuare. Per esempio, Orwell capì che il mondo si sarebbe diviso in super Stati: gli Stati Uniti con l’Inghilterra; l’Eurasia e l’Asia orientale dominata dalla Cina. Per concludere vogliamo invece tirare il filo di un altro tema che attraversa queste pagine: il ruolo dell’intellettuale. Ogni autore vive nel terrore di essere giudicato, sostiene Orwell. Attenzione, però: giudicato non dall’opinione pubblica, ma «dall’opinione pubblica all’interno della sua cerchia». Lo scrittore, insomma, si adegua al punto di vista dominante nella sua ‘bolla’ culturale. Non è l’avanguardia di nulla. Piuttosto conferma i pregiudizi dei suoi lettori. Per fortuna, di regola, esistono più ‘bande’ «eppure in ogni momento c’è sempre un’ortodossia dominante e per schierarvisi contro bisogna avere la pelle dura» ed essere pronti a vedere il proprio reddito dimezzato. Secondo Orwell, socialista rivoluzionario, l’ortodossia dominante, in particolare tra i giovani, è la ‘sinistra’: «Le parole chiave sono ‘progressista’, ‘democratico’ e ‘rivoluzionario’, mentre le etichette che bisogna a ogni costo evitare di farsi affibbiare sono ‘borghese’, ‘reazionario’ e ‘fascista’». Fino a qui sembrerebbe, e già sarebbe tanto, la spiegazione di una ortodossia e di un meccanismo di inclusione / esclusione che oggi chiamiamo ‘politicamente corretto’. Ma Orwell, anche questa volta, va oltre: «Il tipo di Stato che ci governa dipende almeno in parte dall’atmosfera intellettuale prevalente». Fatto che consegna alla cultura un ruolo chiave e dunque una responsabilità enorme. Un fardello che Orwell ha portato senza paura di finire ai margini: «Quando mi metto a scrivere un libro non mi dico ‘Adesso produrrò un’opera d’arte’. Lo scrivo perché ci sono bugie che voglio smascherare e fatti su cui voglio richiamare l’attenzione e all’inizio l’unica cosa a cui punto è essere ascoltato». Caro Orwell, ha tutta la nostra attenzione e gratitudine.

 

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Mattioli 1885