PROGETTI SPECIALI

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PROCESSO EICHMANN

Il progetto integrale degli atti processuali del processo Eichmann
ha preso vita attraverso 4 volumi di carattere antologico,
pubblicati dal 2014 al 2016

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MARK TWAIN OPERA OMNIA

Nel 2014 – dopo una serie di titoli sparsi pubblicati negli anni –
prende il via il progetto ambizioso e visionario di tradurre tutta l’opera di Mark Twain.
Il progetto non segue un ordine cronologico ed è curato da Livio Crescenz

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CENTOTRENTACINQUE
Collana diretta da Filippo Tuena

La collana centotrentacinque esce in occasione del cxxxv anniversario
della fondazione della casa editrice, con una tiratura di 135 copie
numerate con numeri arabi, più 15 con numeri romani e fuori commercio.
La collana è disponibile al pubblico sul sito della casa editrice.

PER VOLTARE PAGINA: “La scialuppa” da “Il piccolo reggimento” di Stephen Crane

 

Stephen Crane, il maestro del realismo americano, subisce personalmente un naufragio mentre naviga diretto a Cuba come corrispondente della guerra ispano-americana. Da questa esperienza nasce il suo racconto. Quattro uomini che con il solo ausilio dei remi cercano di tenere a galla la scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta: un cuoco, un macchinista, un corrispondente e un comandante ferito. Il corpo senza vita di uno di loro si arenerà sulla spiaggia…
Livio Crescenzi
 

Un racconto che segue il fatto, trattandosi dell’esperienza vissuta da quattro uomini sopravvissuti all’affondamento della nave a vapore Commodore.

I
Nessuno di loro sapeva di quale colore fosse il cielo. Non alzavano lo sguardo, gli occhi fissi sulla cresta delle onde che andavano loro incontro. Le onde erano color ardesia, a parte le creste che schiumavano di bianco, e gli uomini conoscevano i colori del mare. L’orizzonte si chiudeva e s’allargava, sprofondava e si risollevava, sempre frastagliato dalle onde che sembravano sollevarsi appuntite come rocce. Molti senz’altro avranno una vasca da bagno più grande di quella barca che cavalcava il mare. Onde maledette e barbare, così scoscese e alte, e ogni cresta spumeggiante era un guaio per la tenuta delle barchetta. Accovacciato sul fondo, il cuoco fissava ostinatamente i sei pollici della falchetta che lo separavano dall’oceano. Le maniche erano arrotolate sui grassi avambracci, e i due lembi del panciotto sbottonato penzolavano quando si chinava per sgottare la barca. Borbottava spesso: “Cristaccio! Appena per un pelo.” E dopo, immancabilmente, lanciava uno sguardo a est sul mare agitato.
Il macchinista, o meglio l’addetto alla lubrificazione, che timoneggiava la barca con uno dei due remi, a volte si sollevava di colpo per evitare l’acqua che con un vortice s’avventava sulla poppa. Il remo era così sottile da sembrare spesso sul punto di spezzarsi. Il giornalista, vogando con l’altro remo, osservava le onde domandandosi perché diavolo si trovasse lì.
Sdraiato a prua e ferito, il comandante era caduto in quel profondo sconforto e in quell’indifferenza che a volte, almeno temporaneamente, prendono anche gli uomini più coraggiosi e temprati quando, volente o nolente, l’impresa fallisce, l’esercito perde, la barca va a picco. La mente del comandante di una nave è radicata nel profondo del suo fasciame, che ne abbia avuto il comando per un giorno o per dieci anni, e su quell’uomo gravava con tutto il suo peso l’immagine spietata di una scena avvenuta nel grigiore dell’alba: sette facce stravolte, e poi il moncone di un albero di gabbia con in cima una formaggetta bianca che sbatacchiava di qua e di là tra le onde, e s’immergeva sempre di più sempre di più, e poi giù a picco. Nella sua voce era risuonato qualcosa di strano, da quel momento. Una voce ancora ferma, certo, ma di un tono più profondo e come di lutto, per il dolore, un qualcosa che andava al di là della preghiera o delle lacrime.
“Tienila un più a sud, Billie” disse.
“Un po’ più a sud, signore” rispose il macchinista a poppa.
Stare seduti nella barca era come pretendere di stare in sella a un cavallo selvaggio delle praterie, per giunta imbizzarrito, e inoltre quei cavalli delle praterie non sono molto più piccoli. La scialuppa s’impennava e si sollevava, e poi si rituffava giù come un animale. Quando sopraggiungeva un’onda, e la barca si sollevava, assomigliava a un cavallo che tentasse di superare un recinto esageratamente alto. Era un miracolo come riuscisse ad arrampicarsi su quei muri d’acqua, e inoltre dalla cima di quelle pareti la spuma bianca dei frangenti piombava giù, e giù un altro salto a capofitto. Poi, dopo aver urtato con sdegno contro una cresta, scivolava e correva e schizzava giù lungo l’alta e ripida parete inclinata e sobbalzava e beccheggiava davanti alla minaccia successiva.
È così in mare, purtroppo: dopo essere riusciti a superare un’onda, si scopre che subito dopo ce n’è un’altra, altrettanto montagnosa e nervosamente ansiosa di sommergere una barca. In un canotto di dieci piedi ci si può fare un’idea di quello che può combinare il mare con le sue onde, e si tratta di un’esperienza che in genere è piuttosto improbabile che qualcuno normalmente s’avventuri a fare su un canotto, al largo. Non appena una parete d’acqua color ardesia s’avvicinava gli uomini sulla barca non potevano vedere altro, se non quel muro, e non era certo difficile immaginare che proprio quell’onda particolare potesse essere lo sfogo finale dell’oceano, l’ultimo sforzo dell’acqua cupa. Nel moto ondoso c’era quasi una terribile grazia… Le onde si susseguivano in silenzio, a parte il ringhio delle creste.
Con quella pallida luce i volti degli uomini senz’altro saranno sembrati grigiastri, e i loro occhi avranno brillato in un modo strano mentre guardavano fisso a poppa. Vista da una balconata, senza dubbio la scena sarebbe apparsa bizzarra e pittoresca. Gli uomini a bordo della scialuppa, però, non avevano certo il tempo per rendersene conto, e anche se non avessero avuto altro da fare, ben altre cose passavano loro in mente. Il sole saliva sempre più in cielo. Sapevano che era pieno giorno perché il colore del mare era cambiato dall’ardesia al verde smeraldo, striato da riflessi d’ambra, e la schiuma era come neve che cade. Non avevano consapevolezza del trascorrere delle ore. L’unica cosa di cui si rendevano conto era che, secondo le diverse fasi del giorno, cambiava il colore delle onde che rotolavano verso di loro.
Con frasi sconnesse, il cuoco e il giornalista discutevano sulle differenze tra una stazione di salvataggio e un rifugio per naufraghi. Il cuoco aveva detto: “C’è un rifugio per naufraghi proprio a nord del faro di Mosquito Inlet, e non appena ci vedono usciranno con la loro lancia e ci verranno a prendere.”
“Non appena ci vedono, chi?” fece il giornalista.
“L’equipaggio” rispose il cuoco.
“Non ci sono equipaggi nei rifugi per naufraghi” disse il giornalista. “Per quanto ne so, sono solo dei luoghi dove ci sono abiti e roba da mangiare per chi è naufragato in mare. Non ci sono mica equipaggi.
“Oh, sì, certo che ci sono” disse il cuoco.
“No, no che non ci sono” disse il giornalista.
“Beh, in ogni caso ancora non ci siamo arrivati” fece il macchinista, a poppa.
“Beh…” fece il cuoco, “…forse non è un rifugio per naufraghi quello che penso che sta vicino al faro di Mosquito Inlet… Forse è una stazione di salvataggio.”
“Non ci siamo ancora arrivati” disse il macchinista a poppa.

II
Quando la scialuppa rimbalzava sulla cima delle onde, il vento fischiava tra i capelli degli uomini che erano senza berretto, e quando l’imbarcazione sprofondava di poppa gli spruzzi li sommergevano. La cresta di ogni onda era una collina, e da lassù, per un istante, gli uomini scorgevano un’ampia e tumultuosa distesa, che luccicava spazzata dal vento. Uno spettacolo magnifico, forse. Addirittura glorioso, quell’infinita distesa di mare aperto, da mozzare il fiato con quel gioco di riflessi e di luci verde smeraldo, bianche e d’ambra.
“Gran bella cosa il vento dal largo” fece il cuoco, “se no, dove saremmo? Non ci sarebbe nessuna possibilità per noi.”
“Proprio così” disse il giornalista.
Indaffarato, il macchinista fece un cenno di assenso.
Dopo un poco, a prua, il capitano ridacchiò in un modo che esprimeva ironia, disprezzo, tragedia, tutt’insieme. “Pensate forse che per come siamo messi abbiamo molte possibilità, ragazzi?” fece. Al che i tre rimasero in silenzio, a parte qualche mugugno, qualche borbottio. In quel momento, uscirsene con un po’ d’ottimismo sembrava loro infantile e stupido, ma dentro di sé senza dubbio qualcuno ci sperava. In situazioni del genere un giovanotto pensa con una certa ostinazione.
D’altra parte, in condizioni simili l’etica impone che non ci si abbandoni in nessun modo a esplicite manifestazioni di disperazione. E così rimasero in silenzio.
“Oh, beh…” fece il comandante, cercando di tranquillizzare i suoi ragazzi, “…arriveremo a terra sani e salvi.”
Nella sua voce, però, c’era qualcosa, una sfumatura, che dette loro da pensare, e poi il macchinista fece: “Sì… se tiene il vento.”
Gabbiani che sembravano fiocchi di flanella volavano vicino e lontano. A volte si posavano sul mare, accanto a macchie di alghe marroni che rotolavano sulle onde muovendosi come tappeti esposti a colpi di vento. Gli uccelli se ne stavano posati tranquillamente sull’acqua e alcuni nel canotto li invidiavano, perché s’infischiavano dell’ira del mare come se fossero stati uno stormo di fagiani delle praterie a centinaia di miglia dalla costa. Spesso s’accostavano molto e fissavano gli uomini con occhietti neri simili a perline, e in quei momenti erano inquietanti e sinistri per come scrutavano senza battere le palpebre, e allora per scacciarli gli uomini lanciavano grida rabbiose. Volando, un gabbiano s’avvicinò più degli altri, evidentemente deciso a posarsi sulla testa del comandante. Veleggiava nell’aria parallelamente alla scialuppa, e non disegnava cerchi, ma faceva in aria brevi saltelli obliqui come fosse un pollo, gli occhi neri sempre fissi sulla testa del comandante. “Brutta bestiaccia” gli urlò il macchinista. “Sembri appena sbozzato con un coltello a serramanico.” Il cuoco e il giornalista gli bestemmiarono contro, minacciandolo. Naturalmente, il comandante avrebbe voluto scacciarlo con l’estremità di una pesante barbetta, ma non s’azzardò a farlo perché qualsiasi gesto brusco e un po’ energico avrebbe fatto scuffiare quel guscio con tutto il suo carico eccessivo, e quindi si limitò a scacciare il gabbiano, agitando la mano aperta con cautela e con piccoli gesti. Dopo averlo finalmente scoraggiato, il comandante tirò un respiro di sollievo per essersi salvato la testa, e gli altri perché l’uccello aveva fatto loro l’impressione di qualcosa d’infausto e d’inquietante.
Nel frattempo il macchinista e il giornalista vogavano, altroché se vogavano. Sedevano fianco a fianco, e ciascuno faceva forza su un remo. Poi il macchinista afferrò entrambi i remi; poi li afferrò il giornalista; poi il macchinista; poi il giornalista. Vogavano e vogavano, altroché se vogavano. Il difficile era quando chi stava a poppa doveva spostarsi per fare il proprio turno ai remi. Vogliamo dirla tutta? Ebbene, è più facile rubare le uova da sotto una gallina che cova che scambiarsi di posto su un canotto. Prima chi stava a poppa faceva scivolare la mano lungo il banco per i vogatori spostandosi con attenzione, come se si fosse trattato di porcellana. Poi chi stava sul banco di voga faceva scivolare la mano sull’altro bracciolo, e il tutto doveva essere eseguito con la massima cautela. Mentre i due si sfioravano l’un l’altro, tutti i naufraghi tenevano gli occhi fissi sull’onda che stava arrivando, e il comandante gridava: “Attenti ora! Fermi dove siete!”
I tappeti di alghe marroni che di tanto in tanto si scorgevano sembravano come tanti isolotti, lembi di terraferma. Si muovevano, ma apparentemente né in una direzione né nell’altra. Insomma, sembravano solo galleggiare dov’erano. Ma rivelavano agli uomini a bordo della scialuppa che, sebbene lentamente, si stavano comunque avvicinando alla costa.
Sollevandosi a prua con la massima prudenza, dopo che il canotto s’era arrampicato sulla cresta di un’onda imponente, il comandante disse che aveva scorto il faro di Mosquito Inlet. Subito anche il cuoco disse d’averlo scorto. In quel momento stava vogando il giornalista, e chissà perché anche lui avrebbe desiderato dare un’occhiata al faro; ma aveva la schiena rivolta verso la lontana linea di costa, le onde erano micidiali, e per un bel pezzo non poté voltare la testa. Alla fine, però, sopraggiunse un’onda meno scontrosa delle altre, e quando furono sulla cresta colse l’occasione per lanciare un’occhiata veloce all’orizzonte, a ovest.
“Visto?” domandò il comandante.
“No…” disse lentamente il giornalista, “…mica visto niente.”
“Guarda di nuovo” disse il comandante, e indicò con il dito. “Esattamente in quella direzione.”
Sulla cresta di un’altra onda, il giornalista fece come gli era stato ordinato, e questa volta quasi per caso scorse qualcosa, un puntino, laggiù, laggiù all’orizzonte che oscillava su e giù. Proprio come la punta di uno spillo. Ci voleva uno sguardo davvero pieno d’ansia per riuscire a individuare un faro così piccolo.
“Pensa che ce la faremo, comandante?”
“Se il vento tiene e se la scialuppa non affonda per la troppa acqua imbarcata, non è che ci rimane molto altro da fare” fece il comandante.
Il canotto, sollevato da ogni onda imponente e riempito dagli spruzzi delle creste che lo colpivano senza tanti riguardi, sebbene di poco avanzava e, se non fosse stato per la presenza delle alghe, i naufraghi dentro quel guscio non l’avrebbero capito. Il canotto pareva solo una cosina che si dibatteva alla deriva, miracolosamente a galla, alla mercé dei cinque oceani. Di tanto in tanto, si riversavano a bordo pesanti lingue d’acqua, simili a fiamme bianche.
“Sgotta, cuoco” faceva il comandante, tranquillo.
“Agli ordini, comandante” rispondeva il cuoco di buona lena.

III
Difficile descrivere il sottile cameratismo che si stabilì tra quegli uomini in balia delle onde. Nessuno ne parlava. Nessuno vi accennava. Eppure regnava a bordo, e a ognuno riscaldava il cuore. Un comandante, un macchinista, o meglio un addetto alla lubrificazione, un cuoco e un giornalista, ed erano amici, amici uniti da un forte legame d’acciaio, non così comune. Il comandante ferito, disteso a prua contro il bugliolo dell’acqua, quando parlava lo faceva sempre a bassa voce e con calma, ma non avrebbe potuto disporre di un equipaggio pronto a obbedire con più sollecitudine e più velocemente dei tre sul canotto, così diversi tra loro. E non si trattava solo del fatto che si rendessero perfettamente conto di cosa fosse meglio fare per la salvezza comune, ma in più c’era in ballo qualcosa di carattere più personale e profondo. E al di là della devozione nei confronti del comandante, c’era un tale cameratismo che il giornalista, per esempio, cui era stato insegnato a essere cinico verso gli uomini, persino in quel momento già si rendeva conto che quella fosse l’esperienza migliore della sua vita. Ma nessuno di loro ne parlava. Nessuno vi accennava.
“Ah, avessimo una vela…” fece il comandante. “Potremmo tentare con il mio cappotto sulla cima di un remo così due di voi, ragazzi, possono tirare un po’ il fiato.” Allora il cuoco e il giornalista drizzarono e tennero su l’albero e spiegarono il cappotto. Il macchinista governava, e con la nuova attrezzatura la piccola scialuppa filò ch’era un incanto. A volte il macchinista era costretto a vogare a bratto bruscamente per evitare che un’onda s’abbattesse sul canotto, ma a parte questo la vela funzionò che era una meraviglia.
Nel frattempo, il faro poco a poco si faceva più grande. Sempre più grande. E ormai aveva quasi assunto un colore, e appariva come una piccola ombra grigia contro il cielo. Chi stava ai remi non poteva fare a meno di voltarsi spesso nel tentativo di lanciare un’occhiata a quella piccola ombra grigia.
Infine, quando le onde lanciavano in alto la scialuppa che continuava a essere sballottata scorsero la terraferma. Anche se il faro era un’ombra che s’alzava in cielo, la costa sembrava solo una lunga ombra scura sul mare. Certamente era più sottile di un foglio di carta. “Più o meno dobbiamo trovarci di fronte a New Smyrna” fece il cuoco, che bordo delle golette aveva spesso costeggiato da quelle parti. “Comandante, adesso che ci penso, mi sembra che circa un anno fa hanno abbandonato quella stazione di salvataggio.”
“Dici?” fece il comandante.
Poco a poco il vento cessò. A quel punto il cuoco e il giornalista non furono più costretti a sgobbare per tenere dritto il remo. Ma le onde continuavano ad avventarsi impetuosamente sul canotto, e il guscio, ormai alla deriva, si dibatteva inerme tra un frangente e l’altro. Il macchinista o il giornalista afferrò di nuovo i remi.
I naufragi si verificano sempre all’improvviso. Se solo ci si potesse allenare e se accadessero solo quando gli uomini sono freschi e riposati, beh, in mare ci sarebbero meno annegamenti. Dei quattro a bordo del canotto, nessuno aveva dormito un granché durante i due giorni e le due notti prima che s’imbarcassero sul canotto, e per giunta, nel trambusto creatosi per arrampicarsi sul ponte della nave che colava a picco, s’erano anche dimenticati di mettere qualcosa sotto i denti.
Per queste e altre ragioni, in quel momento né il macchinista né il giornalista avevano questa gran voglia di vogare. Ingenuamente il giornalista si chiedeva come diavolo fosse possibile che una persona sana di mente potesse divertirsi a vogare su una barca a remi. No, non era per niente questo gran divertimento, anzi era una punizione diabolica, e persino un esperto delle aberrazioni mentali avrebbe concluso che non si trattava d’altro che di un orrore per i muscoli e un delitto contro la schiena. Rivolgendosi un po’ a tutti sul canotto, disse che, maledizione, mica lo capiva che qualcuno potesse trovare divertente stare ai remi, e il macchinista, il volto esausto, sorrise perfettamente d’accordo. Prima del naufragio, tra l’altro, il macchinista (o, meglio, l’addetto alla lubrificazione) aveva fatto un doppio turno, due guardie, nella sala macchine della nave.
“Andateci piano, ora, ragazzi” fece il comandante. “Non dateci troppo giù. Se dovremo vedercela con la risacca, avrete bisogno di tutta la vostra forza, perché sicuramente dovremo farcela a nuoto. Prendetevela calma.”
Poco a poco la terraferma emerse dall’acqua. Prima una sottile linea nera che poi si trasformò in una linea nera e una linea bianca, alberi e sabbia. Infine il comandante disse che riusciva a scorgere una capanna sulla spiaggia. “Il rifugio, sicuro come la morte” fece il cuoco. “Fra poco ci vedranno e usciranno per venirci a prendere.”
Il faro svettava, a distanza. “Se guarda con il binocolo, il guardiano adesso dovrebbe scorgerci” fece il comandante. “Avviserà quelli del soccorso.”
“Nessuna delle altre scialuppe può essere già arrivata a riva a dare notizia del naufragio” disse il macchinista, a bassa voce. “Altrimenti la lancia sarebbe giù uscita a cercarci.”
Lentamente la terraferma emerse dal mare. Uno spettacolo magnifico. Di nuovo si levò il vento, che da nordest era però girato a sud-est. Infine, gli uomini sulla barca udirono un rumore diverso. Il fragore della risacca sulla spiaggia, ancora non troppo forte. “Non ce la faremo mai a raggiungere il faro” disse il comandante.“Tieni la prua un po’ più a nord, Billie” aggiunse.
“Un po’ più a nord, signore” disse il macchinista.
Al che il canotto mise di nuovo la prua al vento, e tutti, tranne chi vogava, osservarono la riva che s’avvicinava, per cui dal loro cuore scomparve il dubbio e la terribile apprensione. Il governo della barca li teneva ancora molto impegnati, ma non impediva loro di provare una silenziosa allegria.
Probabilmente nel giro di un’ora avrebbero finalmente messo piede sulla terraferma. La spina dorsale s’era perfettamente abituata a compensare i sussulti della scialuppa rimanendo in equilibrio, per cui ora stavano sul dorso del canotto che pareva un puledro selvaggio come fossero dei cavallerizzi da circo. Il giornalista pensava d’essere inzuppato fino al midollo, ma avendo per caso tastato la tasca superiore della giacca, vi trovò otto sigari. Quattro erano inzuppati dall’acqua del mare, ma gli altri quattro erano intatti. Dopo aver cercato qua e là, qualcuno trovò tre fiammiferi asciutti, e a quel punto i quattro naufraghi filarono sfacciatamente in quel guscio e, avendo ormai la certezza dell’imminente salvataggio che gli brillava negli occhi, fumarono soddisfatti i loro grossi sigari e attaccarono a parlare bene o male del loro prossimo. Ognuno bevve un sorso d’acqua.

IV
“Cuoco…” fece il comandante, “ma… non vedo nessuno intorno al tuo rifugio per naufraghi… nessun segno di vita.”
“Uhm…” rispose il cuoco. “Bah, strano che non ci vedano.”
Davanti a loro, un ampio tratto di costa pianeggiante. Dune ricoperte da una vegetazione scura. Udivano il fragore della risacca, e talvolta riuscivano a scorgere la cresta bianca di un’onda che s’abbatteva sulla spiaggia. Contro il cielo, si stagliava una capanna nera. A sud, il faro sottile e grigiastro non molto alto.
La corrente, il vento e le onde spingevano il canotto a nord. “Strano che non ci vedano” dissero gli uomini.
Il fragore della risacca s’era come attutito, pur continuando a risuonare potente e roboante. Mentre la scialuppa rotolava sugli alti frangenti, gli uomini sedevano udendo quel fragore. “Ci sommergeremo, sicuri.”
A questo punto è necessario specificare che non c’era nessuna stazione nel raggio di una ventina di miglia né da una parte né dall’altra, ma gli uomini ne erano all’oscuro, per cui dicevano peste e corna sulla vista degli addetti al salvataggio del loro paese. A bordo della scialuppa quattro uomini accigliati battevano ogni primato quanto a invenzione di epiteti.
“Strano che non ci vedano.”
Scomparsa l’allegria di poco prima. Arrabbiati com’erano e in quelle condizioni, si scagliavano contro l’incompetenza, incompetenza d’ogni tipo, la cecità e la codardia, certo, vigliaccheria bell’e buona. Ecco lì davanti a loro la costa di un paese popoloso, e li amareggiava, altroché se li amareggiava, che da laggiù non arrivasse alcun segno.
“Beh…” disse infine il comandante, “…mi sa che dovremo cavarcela da soli. Se restiamo qui troppo a lungo, a nessuno di noi rimarrà un po’ di fiato per nuotare dopo che la barca sarà finita giù.”
E così il macchinista, che stava ai remi, mise la prua dritta verso la riva. Tutt’a un tratto contrassero i muscoli. C’era di che preoccuparsi.
“Se non ce la facciamo tutti a raggiungere la riva…” fece il comandante, “…se non ce la facciamo tutti, voi lo sapete, figlioli, dove far arrivare la notizia della mia fine, no?”
Allora rapidamente si scambiarono indirizzi e raccomandazioni, ma dentro non provavano altro che rabbia. Rabbia. Forse lo si potrebbe esprimere in questo modo: “Se sto per annegare – se sto per annegare – se sto per annegare, perché, in nome delle sette pazze divinità che governano il mare, perché diavolo mi è stato concesso d’arrivare fin qui e qui, da lontano, scorgere la sabbia e gli alberi? Sono stato sbattuto fin qui solo per essere trascinato via per il naso proprio mentre sto per mordere la polpa della vita? Che assurdità. Se la sorte, questa vecchiaccia idiota, non sa combinare nulla di meglio, bisognerebbe strapparle dalle mani il governo delle fortune degli uomini.
È una vecchia gallina che non sa nemmeno quello che vuole. Se aveva deciso di farmi annegare, perché diavolo non l’ha fatto subito risparmiandomi tutti questi guai? È un’assurdità… Ma no, non può avere intenzione di farmi annegare davvero. Non oserebbe farlo. Non può farmi annegare. Non dopo tutto quello che ho passato.” Poi è probabile che abbiano avuto l’impulso di agitare il pugno contro le nuvole: “Tu prova solo a farmi annegare, ora, e poi sentirai cosa ti dico!”
Le onde si fecero ancora più temibili. Sembravano sempre sul punto d’abbattersi sul canotto e di travolgerlo in un tumulto di schiuma. S’annunciavano con un lungo ringhio che diceva eccoci. Nessuno che non fosse pratico del mare avrebbe mai immaginato che il canotto potesse arrampicarsi su vette così a strapiombo. La riva era ancora lontana. Il macchinista sapeva come cavarsela con i frangenti. “Ragazzi…” fece tutt’a un tratto, “…non resiste nemmeno tre minuti di più, e noi siamo troppo lontani per farla a nuoto. È meglio che riprenda il mare, comandante?”
“Sì! Punta al largo!” fece il comandante.
Il macchinista, fa velocemente qualche miracolo, voga veloce e sicuro, solca a metà un frangente, e mette di nuovo la prua verso il mare.
Un gran silenzio cadde non appena la scialuppa urtò contro le onde che s’increspavano dove l’acqua era più profonda. Poi qualcuno nell’oscurità fece: “Beh, in ogni caso, ormai devono averci visto dalla riva.”
I gabbiani volavano in diagonale nel letto del vento verso est, grigio e desolato. Da sud-est, un groppo annunciato da nuvole buie e alcune rosso mattone, come fumo da un edificio che brucia.
“Che ne pensate di quella gentaglia del salvataggio? non è un amore?”
“Strano che non ci abbiano visto.”
“Forse pensano che stiamo qui per divertimento! Magari s’immaginano che stiamo a pesca. O che siamo dei maledetti pazzi.”
Fu un lungo pomeriggio. Una corrente contraria cercava di spingerli verso sud, ma il vento e le onde dicevano: a nord, a nord. Laggiù, molto, molto più distante, dove la linea di costa era un vago tutt’uno con il mare e il cielo, si scorgevano dei puntini che sembravano indicare una città costiera.
“St. Augustine?”
Il comandante scosse la testa. “Troppo vicino a Mosquito Inlet.”
Il macchinista vogava e vogava, e poi vogava il giornalista. Poi vogava il macchinista. Una faccenda estenuante. La schiena dell’uomo… Ci possono essere più dolori, nella schiena di un uomo, di quanti se ne trovano registrati nei libri d’anatomia di un intero reggimento. La superficie è piccola, ma può trasformarsi nel teatro d’innumerevoli conflitti muscolari, contratture, strappi, nodi, e altre piacevolezze.
“Vogare… t’è mai piaciuto, Billie?” chiese il giornalista.
“No” rispose il macchinista. “Dacci un taglio!”
Quando uno lasciava il posto da vogatore per spostarsi a poppa, crollava fisicamente tanto che non gl’importava più niente di niente, tranne che indicare all’altro di sostituirlo. Nella scialuppa l’acqua fredda sciabordava avanti e indietro, e chi non vogava stava lì a mollo. La testa, appoggiata su una traversa, era a meno di un palmo dal vortice della cresta dell’onda, e a volte un maroso particolarmente turbolento piombava a bordo e giù un’altra infradiciata. Ma ormai non ci faceva più caso. Se la scialuppa si fosse capovolta, quasi sicuramente si sarebbe immerso comodamente nell’oceano, sicuro che dovesse trattarsi di un enorme e soffice materasso.
“Guardate! C’è un uomo sulla spiaggia!”!
“Dove?”
“Laggiù! Lo vedete? Lo vedete?”
“Sì, certo! Sta camminando.”
“Ora s’è fermato. Guardate! Ha lo sguardo rivolto verso di noi!”
“Agita la mano… ci fa dei segni!”
“È vero, perdio!”
“Ah, siamo salvi! Adesso siamo salvi! Nel giro di una mezz’oretta ci raggiungerà una lancia.”
“Prosegue… Anzi, corre. Sta andando verso quella capanna laggiù.”
La spiaggia lontana sembrava più bassa rispetto al mare, e bisognava scrutare con molta attenzione per seguire quella figurina nera. Il comandante scorse un bastone che galleggiava e vogarono per raggiungerlo. Per qualche strano motivo a bordo della scialuppa era finito un asciugamano, e dopo averlo legato al bastone, il comandante lo sventolò. Chi vogava non osava girare la testa, e quindi era costretto a fare domande.
“Che fa ora?”
“S’è fermato di nuovo. Sta guardando, mi sembra… S’è mosso di nuovo… Sta andando verso la capanna… Ora s’è fermato ancora.”
“Fa dei cenni verso di noi?”
“No, adesso no… però prima sì.”
“Guardate! Sta arrivando un altro.”
“Corre.”
“Guardate come corre.”
“Perdio, sta su una bicicletta. Ora s’è avvicinato all’altro uomo. Ci fanno segni tutti e due. Guardate!”
“Sta arrivando qualcosa sulla spiaggia.”
“Che diavolo è quell’affare?”
“Perdio, sembra una scialuppa.”
“Diavolo, è certamente una scialuppa.”
“No, ha le ruote.”
“È vero… Beh, dev’essere la scialuppa di salvataggio. Le portano sulla spiaggia su un carrello.”
“È la scialuppa di salvataggio, mi ci gioco la testa.”
“No, maledizione, è una carrozza.”
“Ti dico che è una scialuppa di salvataggio.”
“No, no. È un carrozza. Riesco a vederla bene. Vedi? Una di quelle grosse carrozze d’albergo.”
“Perdio, hai ragione. È una carrozza… è proprio una carrozza, maledizione. E che intendono farci con una carrozza? Che ne dite? Forse devono fare qualche giro a prender su quelli dell’equipaggio della scialuppa di salvataggio, eh?”
“Forse, chissà… magari. Guardate! C’è un tale che sventola una bandierina nera. Sta in piedi sulla scaletta della carrozza. Guardate, stanno arrivando altri due tipi. Adesso parlano tra di loro. Guardate quello con la bandierina. Ma forse non l’agita.”
“Ma mica è una bandierina, non lo vedete? È la sua giacca. Perdio, è proprio così… è una giacca.”
“È vero… È una giacca. Se l’è tolta e se la sventola attorno alla testa. Guardate un po’ come la fa roteare.”
“O, dico a voi, laggiù non c’è nessuna stazione di salvataggio. Quella lì è solo la carrozza d’albergo di una località turistica invernale che ha portato un po’ di clienti a vederci annegare.”
“Ma quell’idiota cosa vorrà dirci sventolando la giacca in quel modo? Insomma, cosa ci sta segnalando?”
“Sembra come se volesse dirci di dirigerci più a nord. Magari più a nord c’è una stazione di salvataggio.”
“No! Quello lì pensa che stiamo pescando. Ci vuole solo salutare. Vedi? laggiù, Billie!”
“Beh, vorrei capirci qualcosa di quei segnali. Cosa pensate che vuole dirci?”
“Niente, non intende dirci niente. Gioca, tutto qui.”
“Beh, se ci stesse segnalando di tentare di nuovo la risacca, o di riprendere il mare e d’aspettare, o di dirigerci a nord o a sud o all’inferno… beh, avrebbe un senso. Ma guardatelo… Se ne sta lì dritto in piedi e fa roteare la giacca come una trottola. Quell’idiota!”
“Arriva altra gente.”
“Adesso s’è formato un bel gruppetto. Guardate! Quella laggiù non è una lancia?”
“Dove? Oh, adesso ho capito cosa vuoi dire. No, non è una lancia.”
“Quel tipo sta ancora sventolando la giacca.”
“Magari pensa che ci diverte vederglielo fare. Perché non la smette? Non significa nulla.”
“Non so… Forse sta cercando di farci dirigere verso nord… Laggiù, da qualche parte, chissà, c’è una stazione di salvataggio.”
“Diavolo, ancora non s’è stancato? Guardate come sventola.”
“Mi chiedo per quanto tempo ancora ha intenzione di continuare. È rimasto a sventolare la giacca
da quando ci ha avvistati. È un idiota, date retta a me. Perché non mettono insieme un po’ di uomini per uscire con una lancia? Una barca da pesca, magari… una di quelle grosse iolle… non avrebbe difficoltà ad arrivare fin qui. Perché non fa qualcosa?”
“Ah, adesso è tutto a posto.”
“Vedrete, fra poco faranno uscire una scialuppa per venirci a prendere, adesso che ci hanno visti.”
Sulla costa bassa, il cielo si tinse di giallo chiaro. Lentamente, le ombre sul mare s’infittirono. La brezza rinfrescò e gli uomini iniziarono a tremare.
“Maledizione!” fece qualcuno, la cui voce non era meno empia della bestemmia, “mi sa che dobbiamo rimanere a trastullarci qui a bordo! Mi sa che dobbiamo passare tutta la notte qui!”
“Ma no, non rimarremo qui tutta la notte! Non ti preoccupare. Adesso ci hanno visti, e vedrai che
presto verranno a cercarci.”
La riva diventava sempre più scura. Poco a poco l’uomo che agitava la giacca si confuse con il buio, che nello stesso modo inghiottì la carrozza e il gruppo di persone. Gli spruzzi d’acqua, quando s’abbattevano fragorosamente a bordo, facevano contorcere i naufraghi e li facevano bestemmiare come se venissero marchiati a fuoco.
“Mi piacerebbe afferrare per il collo lo stronzo che agitava la giacca. Mi piacerebbe dargli una bella
ripassata come dico io, così, solo per sfizio.”
“Perché? Cosa t’ha fatto?”
“Ah, niente… ma quello lì sembrava così maledettamente allegro.”
Nel frattempo il macchinista vogava, e poi vogò il giornalista, e poi di nuovo il macchinista. Il volto grigio e chinati in avanti, a turno vogavano meccanicamente sui remi sempre più pesanti.
All’orizzonte meridionale, il faro s’era dileguato, ma infine apparve una pallida stella, che piano piano emerse dal mare. Il color zafferano con le sue striature a ovest s’era stemperato trasformandosi in un’oscurità che ammantò tutto, e il mare a est divenne nero. La terraferma era scomparsa, e s’intuiva solo a causa del basso e tetro fragore della risacca.
“Se sto per annegare – se sto per annegare – se sto per annegare, perché, in nome delle sette pazze divinità che governano il mare, perché diavolo mi è stato concesso d’arrivare fin qui e qui, da lontano, scorgere la sabbia e gli alberi? Sono stato sbattuto fin qui solo per essere trascinato via per il naso proprio mentre sto per mordere la polpa della vita?”
Il comandante, paziente, appoggiato di fianco contro il bugliolo dell’acqua, a volte era costretto a impartire qualche ordine a chi vogava.
“Tieni su la prua! Tieni su la prua!”
“Prua su, signore.” Nient’altro che un debole filo di voce.
Una serata senz’altro tranquilla. Tranne il vogatore, gli altri giacevano stremati sul fondo della scialuppa. Chi era di voga riusciva a malapena a distinguere le onde alte e nere che si spingevano in avanti in un silenzio minaccioso, tranne, ogni tanto, il ringhio sommesso di una cresta.
Il cuoco aveva appoggiato la testa su una traversa e fissava con aria assente l’acqua a un palmo dal suo naso. Pensava a ben altre cose. Alla fine: “Billie” mormorò, come se sognasse, “qual è la tua torta preferita?”

V
“Torta!” dissero il macchinista e il giornalista, entrambi agitati. “Non parlare di queste cose, maledizione a te!”
“Beh…” disse il cuoco, “…stavo giusto pensando a un panino con il prosciutto, e…”
Una notte in mare a bordo di una scialuppa è una lunga notte, interminabile. Quando ormai l’oscurità fu pressoché totale, il riflesso che s’alzava dal mare a sud si fece dorato. All’orizzonte settentrionale apparve una nuova luce, un debole bagliore bluastro sul pelo dell’acqua. Queste due luci, tutto l’arredo del mondo. Il resto, nient’altro che onde.
Due uomini s’erano rannicchiati a poppa, e c’era tanta dovizia di spazio a bordo che chi era di voga riusciva quasi a riscaldarsi i piedi spingendoli sotto i compagni, le cui gambe erano distese sotto il banco di voga fino a toccare i piedi del capitano a prua. Nonostante gli sforzi dell’uomo stremato che vogava, a volte un’onda pioveva nella scialuppa, un’onda gelida della notte, e l’acqua gelata l’inzuppava di nuovo. Per un momento si contorcevano di qua e di là bestemmiando, e poi si riaddormentavano, e l’acqua imbarcata gorgogliava loro attorno a causa degli sballottamenti del canotto.
Il macchinista e il giornalista s’erano messi d’accordo che uno continuasse a vogare fin quando non ne poteva più, per poi svegliare l’altro dal suo giaciglio d’acqua di mare sul fondo della scialuppa.
Il macchinista rimase ai remi fin quando la testa gli crollò in avanti e il sonno, facendo da padrone, lo accecò. Eppure continuò a remare. Poi toccò un uomo sul fondo della scialuppa, e lo chiamò per nome. “Mi dai il cambio… solo un pochino?” fece umile umile.
“Certo, Billie” rispose il giornalista, svegliandosi a trascinandosi a fatica per mettersi a sedere. Si scambiarono di posto con cautela, e il macchinista, accucciandosi nell’acqua accanto al cuoco, sembrò addormentarsi di colpo.
Il mare s’era calmato. Le onde si susseguivano senza ringhiare. Chi stava ai remi doveva stare attento a governare l’imbarcazione in modo che l’inclinazione dell’onda oceanica non la capovolgesse, e a evitare che si riempisse d’acqua quando le creste erano particolarmente alte. Le onde nere erano silenziose ed era difficile riuscire a scorgerle nel buio. Spesso già torreggiavano sulla scialuppa prima che chi era di voga potesse rendersene conto.
A bassa voce il giornalista si rivolse al comandante. Non era sicuro che fosse sveglio, benché quell’uomo di ferro sembrasse non dormire mai. “Comandante, devo tenerla verso quella luce a nord, signore?”
Gli rispose la solita voce ferma. “Sì… Tienila a un paio di quartine a sinistra della prua.”
Il cuoco s’era legato un salvagente intorno alla vita per trattenere il poco di calore che quell’attrezzo di sughero poteva assicurargli, e sembrava quasi una stufa quando un vogatore, che batteva sempre i denti selvaggiamente appena cessava il suo turno, gli si sdraiava accanto per dormire.
Remava il giornalista, e guardò i due uomini addormentati ai suoi piedi. Il cuoco appoggiava il braccio intorno alle spalle del macchinista, e in quella posa, con gli abiti stracciati e i volti sparuti, gli sembrarono i ‘bambini del mare’, una versione grottesca del vecchio racconto dei ‘bambini nel bosco’.
Successivamente, la fatica, era chiaro, l’aveva proprio istupidito, perché tutt’a un tratto si udì l’acqua ringhiare, e ruggendo una cresta s’abbatté nella scialuppa, inondandola, e fu un miracolo che non fece galleggiare il cuoco con il suo salvagente addosso. Il cuoco continuò a dormire, ma il macchinista balzò a sedere, sbattendo gli occhi e tremando per quella nuova ondata gelida.
“Ah, mi dispiace terribilmente, Billie” disse il giornalista, mortificato.
“Va bene, va bene, vecchio mio” rispose il macchinista, che si distese e si riaddormentò. Poco dopo anche il comandante sembrò sonnecchiare, e il giornalista pensò d’essere l’unica creatura umana che galleggiasse su tutti gli oceani. Si sentiva la voce del vento quando sfiorava le creste delle onde, ed era più triste della morte stessa.
A poppa del canotto, un fruscio forte e prolungato, e una scia che, come una fiamma bluastra, luccicava fosforescente, solcava le acque nere. Come una ferita inferta da un mostruoso coltello. Poi cadde il silenzio. Mentre il giornalista respirava con la bocca aperta guardando il mare. All’improvviso, un altro fruscio e un altro lungo bagliore di luce bluastra, questa volta però lungo il fianco della scialuppa. Era quasi a portata di remo. Il giornalista scorse un’enorme pinna che, come un’ombra, fendeva veloce l’acqua, lanciando in aria spruzzi cristallini e seguìta da una scia luminescente.
Al di sopra della sua spalla, il giornalista gettò uno sguardo al comandante, il cui volto era nascosto e sembrava addormentato. Poi guardò i bambini del mare. Loro sì che dormivano profondamente. Non potendo condividere con nessuno la cosa, si sporse un poco da una banda, e sotto voce bestemmiò rivolto al mare.
La cosa, però, non si discostò dalla scialuppa. A prua o a poppa, su un lato o sull’altro, a intervalli brevi o lunghi, si lasciava dietro una lunga scia sfavillante, e si udiva il fruscio della pinna nera. Sbalorditive, la velocità e la potenza della cosa. Tagliava l’acqua come un proiettile gigantesco e appuntito.
La presenza della cosa minacciosa non terrorizzava quell’uomo come invece avrebbe terrorizzato un gitante della domenica. Lui si limitava a guardare indifferente il mare e a bestemmiare sottovoce.
Tuttavia, non è che gli piacesse troppo starsene da solo con la cosa. Anzi, avrebbe assai di più preferito che qualcuno dei suoi compagni si fosse svegliato e gli avesse tenuto compagnia, con quella cosa accanto. Ma il comandante rimaneva immobile contro il bugliolo dell’acqua, e sul fondo del canotto il macchinista e il cuoco erano immersi nel sonno.

VI
“Se sto per annegare – se sto per annegare – se sto per annegare, perché, in nome delle sette pazze divinità che governano il mare, perché diavolo mi è stato concesso d’arrivare fin qui e da qui, così lontano, scorgere la sabbia e gli alberi?”
È giusto dire che, durante quella triste notte, chiunque sarebbe giunto alla conclusione che le sette pazze divinità avevano proprio preso la decisione di farlo annegare, nonostante l’odiosa ingiustizia di quella sentenza. Perché era certamente un’odiosa ingiustizia far annegare un poveraccio che aveva faticato così tanto, così tanto. L’uomo pensava che fosse un delitto contro natura. Altra gente era annegata in mare da quando le galee con vele variopinte avevano preso a scorrazzare ovunque, eppure…
Quando accade che un uomo comincia a pensare che la natura lo consideri un nonnulla, e che liberandosi di lui l’universo non ne risentirebbe per niente, lì per lì vorrebbe lanciare mattoni contro il tempio, e maledice con tutto se stesso che non vi siano né mattoni né templi. Tempesterebbe con parole di scherno qualunque manifestazione visibile della natura.
Poi, se non ci fosse nessuna cosa tangibile contro cui sfogarsi, forse desidererebbe trovarsi faccia a faccia con una sua personificazione e in ginocchio attaccherebbe a implorare, dicendo, a mani giunte in gesto di supplica: “Sì, ma io amo me stesso.”
Un stella fredda e lontana in una notte d’inverno è la parola che lui interpreterebbe come la risposta data alle sue preghiere. E quindi si renderebbe conto del pathos della sua situazione.
Gli uomini a bordo del canotto non avevano mai parlato tra loro di queste cose, ma senza dubbio ognuno doveva averci riflettuto in silenzio e secondo il proprio temperamento. Sui loro volti solo assai di rado si leggeva una qualsiasi espressione che non fosse di una generale e completa spossatezza. Non parlavano d’altro che delle cose della scialuppa.
A commuoverlo, un verso riemerse misteriosamente nella testa del giornalista. Aveva persino dimenticato d’averlo dimenticato, ma tutt’a un tratto se lo ritrovò in mente.
Un soldato della Legione giaceva moribondo ad Algeri, nessuna donna a curarlo, nessuna donna a piangerlo; ma gli stava accanto un compagno e lui gli prese la mano e disse: “Mai più vedrò la mia terra, la mia terra dove sono nato”.
Nell’infanzia, dunque, il giornalista aveva appreso che una volta ad Algeri c’era un soldato della Legione che giaceva moribondo, ma non aveva mai considerato troppo importante quel fatto. In moltissimi, fra i suoi compagni di scuola, gli avevano ripetuto quanto fosse disperata la situazione di quel soldato, ma alla fine a forza di sentirne parlare la cosa lo aveva lasciato del tutto indifferente. Non aveva mai ritenuto che fossero affari suoi che un soldato della Legione giacesse moribondo ad Algeri, né gli era sembrato che fosse un buon motivo per cui dispiacersi. Per lui era una faccenda assai meno importante del fatto che gli si fosse spezzata la punta della matita.
E invece, in quel momento, quella faccenda curiosamente lo colpiva come qualcosa di vivo e di umano. Non si trattava più della semplice immagine di qualche palpitazione di dolore nel cuore di un poeta, che nel frattempo beve una tazza di tè e si scalda i piedi sulla griglia del camino; no, era una realtà – concreta, dolorosa e chiara.
Il giornalista vedeva in modo distinto quel soldato. Disteso sulla sabbia, i piedi divaricati e immobili. Mentre teneva la pallida mano sinistra appoggiata sul petto nel tentativo di trattenere la vita, tra le dita sentì scorrere il sangue. Laggiù, nella lontanissima Algeria, una città bassa e squadrata si stagliava contro un cielo pallido per gli ultimi riflessi del tramonto. Il giornalista, facendo forza sui remi e vedendo come in un sogno le labbra del soldato muoversi sempre più lentamente, più lentamente, si commosse per una comprensione profonda e assolutamente impersonale. Era addolorato per il soldato della Legione che giaceva moribondo ad Algeri.
La cosa che aveva seguìto la scialuppa e aveva aspettato evidentemente s’era stancata d’attendere così a lungo. Non si udiva più il fruscio della pinna che tagliava il mare, e non si scorgeva più la fiamma della lunga scia. A nord la luce brillava ancora, ma a quanto pare non era più vicina. A volte nelle orecchie del giornalista risuonava il rombo della risacca, al che dirigeva il canotto verso il mare aperto e vogava con più energia. A sud qualcuno aveva evidentemente acceso un fuoco di guardia sulla spiaggia. Era troppo basso e distante perché si potesse scorgere; però sulla scogliera retrostante creava un riflesso, un bagliore rosato, che dall’imbarcazione si riusciva a distinguere. Il vento rinforzò e talvolta un’onda all’improvviso balzava su come un puma, mostrando la lucentezza e lo scintillio della cresta che si frangeva. A prua il comandante si mosse contro il bugliolo dell’acqua, e si mise a sedere. “Nottataccia un bel po’ lunga” fece al giornalista. Guardò verso la spiaggia. “Quelli della scialuppa di salvataggio non
hanno fretta.”
“Ha visto lo squalo che ci ha gironzolato attorno?”
“Sì, l’ho visto. Era proprio un tipo bello grosso.”
“Magari avessi saputo che lei era sveglio.” Poi, rivolto verso il fondo della barca: “Billie!” Un lento movimento… qualcuno che piano piano si districava. “Billie, mi dài il cambio?”
“Certo” fece il macchinista.
Appena il giornalista si sdraiò nella fredda e confortevole acqua di mare sul fondo del canotto e si rannicchiò accanto al salvagente del cuoco, s’addormentò profondamente, nonostante i suoi denti suonassero tutte le arie popolari. Dormì in modo così profondo che gli parve fosse trascorso solo
un minuto quando udì chiamare il suo nome con il tono di voce di chi è sfinito e non ce la fa più.
“Mi dai il cambio?”
“Certo, Billie.”
La luce a nord era misteriosamente scomparsa, ma il giornalista seguì la rotta che gli indicò il comandante, perfettamente sveglio.
A notte fonda si diressero più al largo e il comandante ordinò al cuoco di sistemare un remo a poppa per mantenere l’imbarcazione con la prua rivolta verso il mare. Avrebbe dovuto lanciare un grido nel caso avesse udito il rombo della risacca. Questa decisione permise al macchinista e al giornalista di tirare un po’ il fiato contemporaneamente. “Così quei ragazzi possono riposarsi” disse il comandante. I due si raggomitolarono e, dopo aver inevitabilmente battuto per un po’ i denti e qualche tremore, di nuovo s’addormentarono profondamente. Senza rendersi conto d’aver lasciato in eredità al cuoco un altro squalo, o, chissà, forse lo stesso.
Mentre la barca faceva baldoria sulle onde, di tanto in tanto gli spruzzi da sopra il bordo inondavano l’imbarcazione e, sui due che dormivano, giù un’altra doccia, che però non interrompeva il loro riposo. Il vento e l’acqua che li sferzavano minacciosamente avevano su di loro lo stesso effetto come se fossero state due mummie.
“Ragazzi…” disse il cuoco alquanto riluttante, “…s’è avvicinata un po’ troppo. Mi sa che uno di voi farebbe meglio a riportarla di nuovo in mare aperto.” Non appena si sollevò, il giornalista udì il fragore delle creste che s’infrangevano.
Prese a vogare, e il comandante gli porse un po’ di whisky e acqua, che gli calmò i brividi. “Se mai riuscirò a mettere piede sulla terraferma e qualcuno mi mostrasse anche solo la fotografia di un remo, io…”
Alla fine una breve conversazione.
“Billie… Billie, mi dai il cambio?”
“Certo” disse il macchinista.

VII
Quando il corrispondente riaprì gli occhi, mare e cielo erano entrambi grigiastri, la tonalità dell’alba. Più tardi le acque si dipinsero di carminio e oro. E infine spuntò il giorno in tutto il suo splendore, il cielo completamente blu, e la luce del sole che brillava sulla cima delle onde.
Sulle dune distanti si scorgevano numerose casette scure, dominate da un alto mulino a vento che spiccava più in su, mentre sulla spiaggia non c’era nessuno, né un cristiano, né un cane, né una bicicletta. Quelle casette, chissà, forse erano un villaggio abbandonato.
I naufraghi scrutarono attentamente la riva, e poi si consultarono tra loro. “Beh…” fece il comandante, “…se non viene nessuno ad aiutarci forse faremmo meglio a tentare di forzare subito la risacca. Se restiamo qui ancora a lungo alla fine saremo troppo deboli per cavarcela da soli.” Gli altri senza dire una parola furono d’accordo, per cui misero subito la prua verso la spiaggia. Il giornalista si chiese se qualcuno salisse mai in cima all’alto mulino a vento, e se nessuno guardasse mai verso il mare. La torre del mulino era un gigante, con le spalle rivolte ai guai delle formiche. In un certo modo, agli occhi del giornalista rappresentava la serenità della natura in mezzo alle lotte dei singoli individui – la natura nel vento e nella visione degli uomini. Non è che in quel momento gli sembrasse crudele, né benefica, né traditrice né saggia. Era solo indifferente, del tutto indifferente, tutto qui. Forse è plausibile che un individuo in quella situazione, colpito dall’indifferenza dell’universo, veda i numerosi errori della sua esistenza, che se li ripassi nella mente con amarezza e rimpianto e desideri un’altra possibilità. In quel momento, per quanto sembri assurdo, la distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato, gli sembra chiarissima, in quella nuova ignoranza sul ciglio della tomba, e si dice che se gli fosse concessa un’altra
possibilità correggerebbe il suo comportamento e le sue parole, e sarebbe migliore e più brillante in occasione di una presentazione o durante un tè.
“Ora, ragazzi” fece il comandante, “affonderà, sicuro.
Tutto quello che possiamo fare è darci sotto il più possibile, e quando affonda molliamo tutto e nuotiamo verso la spiaggia. Adesso, però, state calmi, e non saltare fuori prima che sia davvero affondata.”
Il macchinista prese i remi. Da sopra le spalle lanciò un’occhiata alla risacca. “Comandante…” disse, “…credo che farei meglio a cambiare le mure, tenere la prua al mare e andare di poppa.”
“D’accordo, Billie” rispose il comandante. “Di poppa.” Allora il macchinista virò di bordo e dal momento che stavano seduti a poppa, il cuoco e il giornalista furono obbligati a guardare dietro di sé per osservare la costa solitaria e indifferente.
I mostruosi frangenti che s’abbattevano sulla spiaggia sollevavano la scialuppa al punto che gli uomini riuscivano a scorgere la massa spumeggiante dell’acqua che risaliva lungo la spiaggia inclinata. “Non ce la facciamo ad avvicinarci troppo” fece il comandante. Ogni volta che qualcuno riusciva a distogliere lo sguardo dai frangenti e lo sollevava verso la costa, nei suoi occhi si coglieva sempre un’espressione particolare. Osservando gli altri, il giornalista s’accorse che non avevano paura, ma non capiva cosa esprimesse il loro sguardo.
Quanto a lui, era troppo esausto per porsi il problema di quanto accadeva. Cercava di costringere la sua mente a pensarci, ma in quei momenti il cervello era dominato dai muscoli, e i muscoli dicevano che a loro non importava nulla. L’unica cosa che gli riusciva di pensare è che sarebbe stato un peccato se fosse annegato.
Nessuna parola concitata, nessun pallore, nessuna agitazione.
Gli uomini si limitavano a fissare la riva. “Ora, quando saltate, ricordate di discostarvi bene dalla scialuppa” fece il comandante.
Dal largo, all’improvviso, la cresta di un frangente cadde con uno schianto fragoroso, e il lungo e bianco cavallone piombò con un rombo sul canotto.
“Fermi adesso” fece il comandante. Gli uomini tacevano. Spostarono lo sguardo dalla riva al cavallone e aspettarono. La scialuppa scivolò in alto sulla parete d’acqua inclinata, balzò sulla cima furiosa, rimbalzò e piombò giù lungo il dorso dell’onda. Avevano imbarcato un po’ d’acqua e il cuoco sgottò.
Ma anche la cresta successiva piombò loro addosso. La massa d’acqua spumeggiante e tuonante afferrò la scialuppa e la fece ruotare in posizione quasi verticale. Ovunque acqua che ribolliva. In quel momento il giornalista si reggeva con le mani alla falchetta e quando l’acqua colpì quel punto ritirò rapidamente le dita, come se non volesse bagnarsele.
Il piccolo canotto, ubriaco per quell’enorme quantità d’acqua, barcollò e si rannicchiò ancor più in profondità nel mare.
“Sgotta, cuoco! Sgotta!” fece il comandante.
“Agli ordini, comandante” disse il cuoco.
“Ora, ragazzi, il prossimo è il nostro, sicuro” disse il macchinista. “Mi raccomando, saltate il più lontano dalla scialuppa.”
Il terzo cavallone avanzava, enorme, furioso, implacabile. Inghiottì il canotto, e quasi contemporaneamente gli uomini si lanciarono in mare. Un pezzo della cintura di salvataggio stava sul fondo della scialuppa, e quando il giornalista si lanciò in mare lo tenne stretto al petto con la mano sinistra.
L’acqua di gennaio era gelida, e subito pensò che era più fredda di quanto immaginasse, lì, sulla costa della Florida, e al momento, la mente confusa, gli sembrò un fatto abbastanza importante da notare. Era triste che l’acqua fosse così fredda… era tragico. Il fatto in qualche modo si mescolò e si confuse con l’idea che si fece della sua situazione, al punto che gli sembrò una buona ragione per mettersi a piangere. L’acqua era fredda.
Quando riemerse in superficie non s’accorse d’altro che l’acqua era rumorosa. Poi scorse i suoi compagni in mare. Il macchinista era in testa a tutti nella corsa. Nuotava velocemente e con forza.
A sinistra del giornalista emergeva dall’acqua, grazie al sughero del salvagente, la schiena ampia e bianca del cuoco, e dietro a tutti il comandante si teneva con la mano sana alla chiglia del canotto rovesciato.
La riva ha la caratteristica d’essere alquanto immobile, cosa di cui, nel tumulto dei frangenti, il giornalista si stupì. Sembrava anche molto attraente, ma sapeva che si sarebbe trattato di un lungo tratto per cui nuotava con calma. Con il petto era appoggiato al pezzo di salvagente, e a volte volteggiava giù lungo il cavo di un’onda come se stesse su uno slittino.
Infine, però, giunse in un punto che si dimostrò irto di difficoltà. Non smise di nuotare per capire quale tipo di corrente l’avesse afferrato, ma non riuscì più ad avanzare. Davanti a sé scorgeva la riva come una quinta sul palcoscenico, e lui la guardava e con gli occhi colse ogni dettaglio.
Quando, molto più alla sua sinistra, passò il cuoco, il comandante gli gridò: “Girati sulla schiena, cuoco! Girati sulla schiena, cuoco e usa il remo.”
“Agli ordini, signore.” Il cuoco allora si girò sulla schiena e, pagaiando con un remo, filò come se fosse una canoa.
Dopo un poco anche la scialuppa superò sulla sinistra il giornalista con il comandante che si teneva con una mano alla chiglia. Sarebbe sembrato un uomo che si sollevava per guardare oltre il capo di banda, se non fosse per le straordinarie capriole della scialuppa. Il giornalista si meravigliò che il comandante riuscisse ancora a rimanere aggrappato.
E via così, sempre più vicini alla riva – il macchinista, il cuoco, il comandante – seguiti dal bugliolo dell’acqua che rimbalzava allegramente sui frangenti.
Il giornalista rimase nella morsa di questo strano e nuovo nemico – una corrente. La spiaggia, con il suo bianco pendio di sabbia e la scogliera verdastra, con in cima piccole casette silenziose, gli si dispiegava davanti
come un quadro. Ormai era vicinissima, ma aveva l’impressione di chi in una galleria di quadri osservi un dipinto bretone o fiammingo.
Pensava: “Sto per annegare? Possibile? Possibile? Possibile?” Forse chiunque dovrebbe considerare la propria morte come l’ultimo fenomeno naturale.
Ma più tardi un’onda forse lo spinse fuori da quella piccola corrente mortale, perché tutt’a un tratto si rese conto che aveva preso a riavvicinarsi alla riva. Ancora dopo, s’accorse che il comandante, sempre aggrappato con la mano alla chiglia del canotto, aveva rivolto la faccia verso di lui e non verso la spiaggia, e che lo stava chiamando per nome. “Afferrati alla scialuppa! Afferrati alla scialuppa!”
Lottando per raggiungere il comandante e la scialuppa, pensò che quando uno è davvero esausto tanto da non farcela più, chissà, annegare magari è un ottimo compromesso, cioè si cessa di lottare e finalmente si ha un po’ di sollievo, e fu contento di questa considerazione, perché per diverso tempo quello che più di ogni altra cosa gli aveva assillato la mente era stato l’orrore delle lungaggini dell’agonia. Per questo aveva cercato in tutti i modi di non farsi ferire.
Poco dopo scorse un tale correre lungo la spiaggia. Prese a spogliarsi con straordinaria rapidità. Giacca, pantaloni, camicia, tutto gli volava via magicamente.
“Afferrati alla scialuppa” gridava il comandante.
“Sì, comandante.” Mentre il giornalista nuotava, vide il comandante lasciarsi andare sott’acqua e abbandonare il canotto. Poi il giornalista compì una piccola impresa stupefacente. Una grande onda l’afferrò e lo scagliò velocemente come un fuscello in aria, al di sopra del canotto e anche oltre. Persino in quel momento la cosa gli fece impressione come uno straordinario evento di evoluzione atletica e un vero miracolo del mare. Una scialuppa capovolta sui frangenti non è certo un giocattolo per uno che nuota.
Infine il giornalista giunse dove l’acqua gli arrivava solo alla vita, ma le sue condizioni non gli consentirono di rimanere in piedi più di un solo istante. Ogni onda lo piegava in ginocchio e il riflusso lo trascinava indietro.
Poi vide gettarsi in acqua l’uomo che aveva corso e s’era spogliato, e s’era spogliato e aveva corso. Trascinò a riva il cuoco, poi nuotò verso il comandante, ma a distanza il comandante gli fece cenno di dirigersi verso il giornalista. Era nudo, nudo come un albero in inverno, ma intorno alla testa aveva un’aureola e risplendeva come un santo. Afferrò con forza la mano del giornalista, gliela strattonò, la tirò con decisione. Il giornalista, abituato a un minimo di forma, fece: “Grazie, vecchio mio.” Ma tutt’a un tratto l’uomo gridò: “Cos’è quello?” e indicò subito con un dito. Il giornalista fece: “Va’.”
Lì, sulla battigia, giaceva il macchinista, la faccia ingiù, la fronte contro la sabbia che si bagnava e asciugava secondo il moto ondoso.
Il giornalista non si rese conto di quanto accadde dopo. Quando raggiunse la terraferma crollò, spiaccicandosi contro la sabbia. Come se fosse caduto da un tetto, ma il tonfo risuonò meraviglioso alle sue orecchie.
Pare che la spiaggia s’affollò subito di uomini con coperte, abiti, e fiaschette, e di donne con bricchi per il caffè e tutti i loro sacri rimedi. La terraferma a quegli uomini venuti dal mare dette un benvenuto caldo e generoso, ma un corpo immobile e grondante fu trasportato lentamente lungo la spiaggia, e il benvenuto che la terraferma gli riservò non poté essere altro che la sinistra ospitalità della tomba.
Era scesa la notte, i frangenti con la loro cresta bianca andavano e venivano al chiaro di luna e il vento trasportava la voce delle onde, e quando gli uomini sulla spiaggia l’avvertirono, compresero di poterne essere gli interpreti.

 

Traduzione di Livio Crescenzi

Riproduzione vietata. Tutti i diritti riservati

 

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