PROGETTI SPECIALI

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PROCESSO EICHMANN

Il progetto integrale degli atti processuali del processo Eichmann
ha preso vita attraverso 4 volumi di carattere antologico,
pubblicati dal 2014 al 2016

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MARK TWAIN OPERA OMNIA

Nel 2014 – dopo una serie di titoli sparsi pubblicati negli anni –
prende il via il progetto ambizioso e visionario di tradurre tutta l’opera di Mark Twain.
Il progetto non segue un ordine cronologico ed è curato da Livio Crescenz

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CENTOTRENTACINQUE
Collana diretta da Filippo Tuena

La collana centotrentacinque esce in occasione del cxxxv anniversario
della fondazione della casa editrice, con una tiratura di 135 copie
numerate con numeri arabi, più 15 con numeri romani e fuori commercio.
La collana è disponibile al pubblico sul sito della casa editrice.

PER VOLTARE PAGINA: “La storia del medico e del baule di Saratoga” da “Il club dei suicidi” di Robert Louis Stevenson

 

In un albergo nel Quartiere Latino a Parigi, un giovane americano mite e ingenuo, straordinariamente ricco ma che prende accuratamente nota di ogni spesa; nella stanza accanto una signora assai attraente che gli volteggia attorno, sulle scale, lanciandogli un’occhiata da tramortirlo e rivelando un piedino e una caviglia da lasciare incantati; nell’altra stanza accanto un anziano medico inglese, dalla reputazione alquanto dubbia… E all’improvviso un misterioso cadavere da far scomparire dentro un baule… La letteratura come gioco, dunque, un sovrano gioco d’invenzione, sì, ma anche di simulazione d’onnipotenza.
Livio Crescenzi

 

Silas D. Scuddamore era un giovane americano mite e ingenuo, qualità che andavano tanto più a suo merito in quanto era originario del New England – una parte del Nuovo Mondo non precisamente famosa per queste qualità. Sebbene fosse straordinariamente ricco, in un taccuino prendeva accuratamente nota di ogni spesa; e aveva deciso di studiare le attrazioni di Parigi dal settimo piano di una di quelle che comunemente vengono chiamate pensioncine, nel Quartiere Latino. Era sempre stato abituato alla parsimonia, e questa sua virtù, assai poco praticata fra i suoi coetanei, derivava principalmente dalla timidezza e dalla giovane età.
La stanza accanto alla sua era occupata da una signora, attraente nei modi e assai elegante nell’abbigliamento, che il giovane, non appena prese possesso del proprio alloggio, pensò fosse una contessa. Successivamente aveva appreso che la donna era conosciuta con il nome di Madame Zéphyrine, e qualunque fosse la sua condizione sociale, certamente non era quella di una persona aristocratica. Probabilmente nella speranza d’incantare il giovane americano, Madame Zéphyrine aveva l’abitudine di volteggiargli attorno, sulle scale, con un fare garbato, di rivolgergli qualche parolina, e di lanciargli un’occhiata da tramortirlo con quei suoi occhi neri, dileguandosi in un fruscio di seta, che rivelava un piedino e una caviglia da lasciare incantati. Ma queste moine, invece d’incoraggiare il giovane Scuddamore, lo gettavano in un abisso di timidezza e di malinconia. Più di una volta la donna aveva bussato alla sua porta per chiedere un fiammifero, o per scusarsi per qualche immaginaria marachella compiuta dal suo barboncino; ma il giovanotto rimaneva muto in presenza di una creatura così superiore, e il suo francese lo abbandonava immediatamente, e restava inchiodato a fissarla e a balbettare fino a quando la donna non se n’andava. L’inconsistenza dei loro rapporti non gli impediva, però, di buttar lì qualche insinuazione alquanto vanitosa quando si trovava al sicuro, fra un gruppo di amici.
L’altra stanza accanto a quella del nostro giovane americano – perché nella pensione c’erano tre stanze per piano – era occupata da un anziano medico inglese, la cui reputazione era alquanto dubbia. Il dottor Noel, perché era così che si chiamava, era stato costretto a lasciare Londra, dove pure aveva goduto di un’ampia clientela che andava sempre più aumentando; e si mormorava in giro che fosse stata la polizia a suggerire questo cambiamento di scena. Comunque sia, costui, che in altri tempi aveva condotto una vita brillante, ora si era ridotto a vivere nel Quartiere Latino con molta semplicità e in solitudine, dedicando la maggior parte del tempo allo studio. Scuddamore aveva fatto la sua conoscenza, e talvolta i due cenavano insieme in modo frugale in una trattoria dall’altra parte della strada. Silas Q. Scuddamore aveva molti vizietti del genere più rispettabile, ed era anche alquanto discreto ma questo non gli impediva d’abbandonarsi ad alcune piccole concessioni di dubbio gusto. Fra le sue debolezze, la curiosità era la più forte di tutte. Era un pettegolo nato, un ficcanaso; e la vita, specie per quegli aspetti di cui non aveva alcuna esperienza, lo attraeva irresistibilmente. Faceva continuamente domande, in modo sfacciato e insistente, e spingeva le sue indagini con uguale pertinacia e indiscrezione; avevano notato che quando gli si chiedeva di portare una lettera alla posta la soppesava, la girava e la rigirava, ne esaminava con cura l’indirizzo; e quando scoprì una fessura nel tramezzo tra la sua stanza e quella di Madame Zéphyrine, invece di tapparla, la allargò per usarla come spioncino da cui osservare cosa
combinava la bella vicina. Un giorno, alla fine di marzo, sempre più curioso, allargò ancora un poco il foro, così da poter osservare anche un altro angolo della stanza. Quella sera, quando come al solito si mise a controllare i movimenti di Madame Zéphyrine, ebbe la sorpresa di trovare l’apertura oscurata in
uno strano modo dall’altra parte della parete, e rimase ancora più imbarazzato e stupito quando, all’improvviso, l’ostacolo fu tolto e alle orecchie gli giunse una risatina… Evidentemente un po’ d’intonaco doveva aver tradito il segreto del suo spioncino, e la vicina gli aveva reso la pariglia. Scuddamore s’irritò e, tra sé e sé, condannò senza pietà Madame Zéphyrine e arrivò persino a biasimare se stesso; ma quando, il giorno dopo, scoprì che la donna non aveva preso alcun provvedimento per ostacolare il suo passatempo preferito, continuò a trarre profitto dalla trascuratezza di lei e a soddisfare la propria curiosità.
Il giorno dopo Madame Zéphyrine ricevette una lunga visita da parte di un individuo alto,
dinoccolato, di una cinquantina d’anni o più, che fino ad allora Silas non aveva mai veduto. L’abito di tweed e la camicia colorata che indossava, non meno delle sue irsute basette, facevano capire che si trattava di un inglese, e il suo occhio grigio e opaco provocò in Silas, una sensazione di gelo. Durante tutto il colloquio, che si svolse a bisbigli, quell’uomo continuò a girare in tondo la bocca e da una parte all’altra. Più di una volta il giovane del New England ebbe l’impressione che, con i loro gesti, i due dall’altra parte del muro indicassero la sua stanza; ma l’unica cosa sicura che gli riuscì di cogliere, grazie alla scrupolosa attenzione con cui osservò la scena, fu questa osservazione espressa dall’inglese con un tono di voce leggermente più alto, come se stesse replicando a una certa riluttanza o a un diniego.
“Ho attentamente osservato i suoi gusti… e per l’ennesima volta vi ripeto che siete l’unica donna del genere su cui possa fare affidamento.”
Madame Zéphyrine rispose con un sospiro e fece un gesto di rassegnazione, come qualcuno che ceda a un’autorità cui obbedire senza riserve.
Quel pomeriggio lo spioncino fu definitivamente oscurato, dal momento che dall’altra parte della parete vi avevano messo davanti un armadio; e mentre Silas stava ancora lamentandosi della propria sfortuna, che attribuiva al suggerimento del perfido inglese, il portiere gli recapitò una lettera, vergata senz’altro da una mano femminile. Era stata scritta in un francese la cui ortografia non era propriamente ortodossa, non era firmata, e in termini più che allettanti invitava il giovane americano a recarsi in un certo angolo del Bal Bullier, quella stessa sera alle undici in punto. Nel cuore del giovane la curiosità e la timidezza si diedero a lungo battaglia: a momenti era tutto virtù, a momenti tutto fuoco e audacia; e il risultato fu che, molto prima delle dieci, Silas Q. Scuddamore si presentò vestito come un damerino alla porta del Bal Bullier, e pagava il biglietto d’ingresso, con un’aria di sfrontata ribalderia, non priva di un certo fascino.
Era il periodo di Carnevale, e il Bal era affollato e chiassoso. In un primo momento le luci e la ressa turbarono il nostro giovane avventuroso, ma poi, preso da una sorta d’ebbrezza, si sentì più sicuro e baldanzoso del solito. Pronto ad affrontare perfino il diavolo, s’avviò impettito nella sala da ballo con la
spavalderia di un cavaliere di un tempo. Mentre sfilava così, quasi in parata, scorse Madame Zéphyrine e l’inglese, che chiacchieravano dietro un pilastro. Subito prevalse in lui un istinto felino… doveva assolutamente origliare! Muovendosi furtivamente, da dietro s’avvicinò sempre più alla coppia, finché fu in grado di ascoltare il dialogo fra i due.
“Eccolo lì…”, stava dicendo l’inglese; “…quello lì… con i capelli lunghi e biondi… quello che sta parlando alla ragazza vestita di verde.”
Silas notò un bellissimo giovanotto, piccolo di statura, chiaramente la persona di cui stavano parlando.
“Va bene”, disse Madame Zéphyrine. “Farò del mio meglio. Ricordate, però, che in simili faccende anche le migliori di noi possono fallire.”
“Sciocchezze!” rispose l’altro; “vi dico che ci riuscirete. Non vi ho forse scelto io fra una trentina di donne come voi? Andate, dunque; ma fate attenzione al principe. Non riesco a immaginare quale dannato accidente lo abbia spinto a venire qui, proprio questa sera. Come se, a Parigi, non ci fossero sale da ballo a dozzine assai più interessanti per lui, rispetto a questo tumulto di studenti e commessi! Osservatelo come sta seduto, più simile a un imperatore regnante nella propria dannata reggia che a un principe che se la spassa in vacanza!”
La fortuna fu ancora dalla parte di Silas. Notò un individuo piuttosto robusto, straordinariamente bello e dai modi signorili e cortesi, seduto al tavolo con un altro bel giovanotto, ben più giovane di lui, il quale gli rivolgeva la parola con una spiccata deferenza. Il titolo di ‘principe’ colpì piacevolmente l’orecchio repubblicano di Silas, e, come sempre, la persona a cui il titolo veniva rivolto esercitò il solito fascino anche su di lui. Lasciò Madame Zéphyrine e l’inglese ai fatti loro, e facendosi largo tra la calca, s’avvicinò al tavolo che il principe e il suo confidente avevano onorato con la propria scelta.
“Ve lo ripeto, Geraldine”, stava dicendo il primo, “è una pazzia. Voi stesso, sono felice di ricordarlo,  sceglieste vostro fratello per questo pericoloso incarico, e avete l’assoluto dovere di tener d’occhio il suo comportamento. Ha acconsentito a rimanere così tanti giorni a Parigi; già questa è stata un’imprudenza, considerando il carattere dell’uomo con il quale ha a che fare; ma adesso, quando ormai mancano due giorni alla sua partenza, e nel giro di due o tre giorni vi sarà la prova decisiva… Vi chiedo, è questo il luogo dove trascorrere il suo tempo? Dovrebbe stare in galleria a esercitarsi… dovrebbe dormire a lungo e fare un po’ d’esercizio passeggiando… dovrebbe seguire una dieta rigorosa, senza vini bianchi o brandy. Quel ragazzaccio immagina forse che stiamo recitando una commedia? Si tratta di una faccenda maledettamente seria, Geraldine.”
“Conosco il ragazzo troppo bene per immischiarmi”, rispose il colonnello Geraldine, “e lo conosco così bene da non preoccuparmi. È più prudente di quanto immaginiate, ed è indomabile. Se si fosse trattato di una donna, beh… certo non parlerei così, ma il presidente e i due servitori glieli ho affidati senza nessuna esitazione.”
“Sono contento di sentirvi dire queste cose”, rispose il principe.
“Ma non mi sento tranquillo. Quei servitori sono ben addestrati, eppure quel miscredente non è forse riuscito per ben tre volte a eludere la loro sorveglianza e a rimanere diverse ore per conto proprio per combinare chissà quali pericolosi maneggi? A un dilettante poteva pure capitare di perderlo d’occhio, ma se perfino Rudolph e Jérome sono stati seminati, beh… allora dev’esserci sotto qualcosa… per giunta da parte di chi deve avere qualche motivo particolarmente importante e risorse straordinarie.”
“Ritengo che ora la questione riguardi mio fratello e me”, rispose Geraldine, con una sfumatura d’insofferenza nella voce.
“E allora lasciamo stare così, colonnello Geraldine”, rispose il principe Florizel. “Però, proprio per questo dovreste essere più sollecito nell’accettare i miei consigli. Ma ora basta. Quella ragazza vestita di giallo balla benissimo.”
E il discorso continuò sugli argomenti consueti per una sala da ballo a Parigi, nel periodo di Carnevale.
Silas si ricordò del luogo dove si trovava, e che era ormai quasi l’ora in cui avrebbe dovuto trovarsi nel punto che gli era stato indicato. Più ci pensava, e meno l’idea lo seduceva, ma dal momento che proprio in quell’istante la calca lo spinse verso la porta, si lasciò trasportare senza opporre nessuna resistenza. La folla lo portò in un angolo sotto la galleria, dove il suo orecchio fu subito colpito dalla voce di Madame Zéphyrine che stava parlando in francese con quel giovanotto biondo che, più di mezz’ora prima, era stato mostrato a dito dallo straniero.
“C’è in gioco la mia reputazione”, diceva la donna, “altrimenti non porrei altre condizioni se non quelle dettate dal cuore. Ma voi dovete solo dirlo al portinaio, e lui vi lascerà entrare senza fiatare.”
“Ma perché tutte queste chiacchiere sui debiti?” obiettò il suo accompagnatore.
“Cielo!”, esclamò lei. “Pensate che non conosca il mio albergo?”, e nel dire così s’allontanò abbandonandosi dolcemente al braccio del suo compagno.
La scena fece tornare in mente a Silas la storia del biglietto.
“Fra dieci minuti”, pensò, “magari anche io passeggerò con una donna bella come lei… forse anche più elegante… forse un’autentica signora… addirittura un’aristocratica.” Ma poi gli tornò in mente l’ortografia, e l’illusione svanì. “Può essere che sia stato scritto dalla cameriera…”
Mancava solo una decina di minuti, e il fatto che l’incontro stesse lì lì per avvenire gli fece battere forte il cuore, in un modo quasi sgradevole. Pensò con sollievo che non era affatto tenuto a farsi vedere. Codardia e virtù vanno spesso a braccetto, per cui andò di nuovo verso la porta, ma questa volta di sua spontanea volontà, dibattendosi tra quella gran calca di gente che ora si muoveva in direzione opposta. Forse perché quella resistenza prolungata lo aveva stancato; forse perché si trovava in quello stato d’animo in cui il protrarsi troppo a lungo di una medesima determinazione produce una reazione e uno scopo diverso, fatto sta che per la terza volta girò sui tacchi e non si fermò finché non individuò un angoletto dove nascondersi, a poca distanza dal punto stabilito per l’appuntamento.
Restò in quel cantuccio in una tale agitazione da arrivare a invocare l’aiuto di Dio, in quanto Silas aveva ricevuto una profonda educazione religiosa. Ormai l’incontro aveva perso ogni attrattiva e nulla l’avrebbe trattenuto dal filarsela a gambe levate se non fosse stato per il timore di passare per un codardo. Una paura così forte da avere la meglio su qualsiasi altro timore; ma se da un lato non era sufficiente per costringerlo a farsi avanti, dall’altro gli impediva di scapparsene via. Finalmente l’orologio gli rivelò che erano già trascorsi dieci minuti dall’ora convenuta. Il giovane Scuddamore iniziò a sentirsi sollevato; con cautela sbirciò fuori dal suo angoletto e vide che non c’era nessuno nel luogo fissato per l’appuntamento… senza dubbio l’ignota autrice del biglietto s’era stancata dell’attesa ed era andata via. Quanto prima si era sentito timoroso ed esitante, in quel punto si sentì baldanzoso e spavaldo. Certo, pensò, era arrivato tardi all’appuntamento, però nessuno poteva accusarlo di codardia. Non solo… iniziò a sospettare chissà quale tranello, e subito si complimentò per la scaltrezza che aveva dimostrato… grazie ai sospetti nutriti, si era comportato più abilmente di chi voleva prendersi gioco di lui. Quanto è stordito il cervello di un giovane!
Incoraggiato da questi pensieri, sbucò fuori dal suo angoletto pieno di coraggio, ma ancora non aveva fatto nemmeno un paio di passi che una mano si posò sul suo braccio. Si girò e vide una signora alquanto corpulenta e con qualcosa di maestoso nei lineamenti, il cui sguardo, però, non mostrava alcun segno di severità.
“Vedo che siete un conquistatore di donne molto sicuro di sé” disse la donna, “poiché vi fate attendere. Ma io volevo assolutamente incontrarvi. Sapete, quando una donna arriva al punto d’esporsi fino a fare il primo passo, vuol dire che ormai ha messo da parte ogni orgoglio.”
Silas era rimasto sopraffatto dalla mole e dalle fattezze di colei che gli aveva scritto il biglietto, nonché dal modo così improvviso con cui gli era piombata addosso. Ma la donna riuscì subito a farlo sentire a proprio agio. Si comportò in modo così premuroso e indulgente, riuscì a farlo scherzare, mostrò di divertirsi alle sue battute, e in breve tempo, tra lusinghe, complimenti e moine e una generosa dose di brandy caldo, lo indusse non solo a convincersi che fosse perdutamente innamorato, ma anche a dichiararle la propria passione con la foga più vibrante.
“Ahimè”, disse la donna; “non so se sarebbe meglio che mi rammaricassi di questo momento, tanto è profondo il piacere che le vostre parole mi arrecano. Fino a ora ho sofferto da sola, ma da adesso, mio povero ragazzo, saremo in due. Non sono padrona di me stessa… Temo che non potrò mai invitarvi a casa mia. Sapete, sono controllata da un paio di occhi gelosissimi. Ascoltate”, aggiunse, “io sono più vecchia di voi, sebbene sia più fragile… certo, confido nel vostro coraggio e nella vostra determinazione, però, per il bene di entrambi, è meglio che faccia più affidamento sulla mia conoscenza della vita. Dove abitate?”
Il giovane rispose che alloggiava in una pensioncina, e le disse il nome della strada e il numero civico. La donna sembrò riflettere per qualche istante, come se stesse facendo uno straordinario sforzo mentale.
“Capisco…”, disse finalmente. “Sarete fedele e obbediente, vero?” Silas giurò con ardore sulla sua eterna fedeltà. “Domani sera, allora”, continuò, con un sorriso lusinghiero, “dovete rimanere a casa, e se qualche amico venisse a trovarvi, ebbene, mandatelo via subito con la prima scusa che vi viene in mente. Probabilmente il portone lo chiudono alle dieci, è vero?”
“Alle undici” rispose Silas.
“Bene… alle undici e un quarto”, proseguì la donna, “uscite di casa. Limitatevi a chiedere con cortesia di aprirvi il portone, e fate in modo di non mettervi a discutere con il portiere… rischiereste di mandare tutto all’aria. Recatevi all’angolo fra il giardino del Lussemburgo e il boulevard; sarò lì ad attendervi. Confido che seguiate le mie istruzioni punto per punto; ricordatevi che se venite meno anche a un solo dettaglio, mettereste nei guai una donna la cui unica colpa è quella d’avervi conosciuto e d’essersi innamorata di voi.”
“Non capisco tutte queste istruzioni”, disse Silas.
“Mi sembra che stiate già iniziando a trattarmi da padrone”, esclamò la donna, colpendolo sul braccio con il ventaglio. “Pazienza! verrà anche quel momento. All’inizio le donne amano essere obbedite, ma poi adorano dover obbedire a loro volta. Dunque, fate come vi chiedo, per amore del Cielo, o non posso garantire nulla. Anzi, pensandoci meglio”, aggiunse con il tono di chi si è reso conto meglio delle  difficoltà, “mi è venuto in mente un’idea migliore, sapete, per tenere lontano qualche amico importuno. Raccomandate al portiere di non far salire nessuno da voi, tranne una persona che, forse, potrebbe venire a riscuotere un debito… e cercate di parlare con un certo sentimento… da fargli pensare che abbiate timore dell’incontro, così che possa prendervi molto più sul serio.”
“Ritengo che dovreste avere più fiducia sul fatto che sappia cavarmela da solo con degli intrusi”, rispose il giovane, un po’ indispettito.
“Ah! come piacerebbe anche a me che andassero così le cose”, ribatté la donna con un’aria gelida. “Ma vi conosco, voi uomini… non vi preoccupate affatto della reputazione di una donna.”
Silas avvampò di rossore e chinò la testa, perché già aveva immaginato che quella faccenda avrebbe meritato qualche vanteria davanti agli amici.
“Soprattutto”, aggiunse lei, “non mettetevi a parlare con il portiere quando uscite.”
“E perché?” chiese il giovane. “Fra tutte le vostre raccomandazioni, mi sembra la più insignificante.”
“Già iniziate a mettere in dubbio la saggezza altrui, mentre anche voi dovreste capire che è necessario” rispose. “Credetemi, è giusto fare così… lo capirete poi. Ma cosa dovrei pensare del vostro sentimento, se già al primo incontro mi rifiutate sciocchezze del genere?”
Mentre Silas si profondeva in scuse e in spiegazioni, la donna guardò l’orologio e poi batté le mani insieme, con un gridolino soffocato.
“Cielo!” esclamò, “è così tardi? Non ho un minuto da perdere. Ahimè, noi povere donne… siamo come schiave! Quali rischi non ho già corso per voi?”
E dopo avergli ripetuto le sue raccomandazioni, intercalate con carezze e sguardi languidi, la donna gli disse addio e scomparve tra la folla.
Il giorno dopo Silas si sentì tutto ringalluzzito: ormai era sicuro che si trattasse di una contessa e, quando scese la sera, seguì scrupolosamente le istruzioni che la donna gli aveva impartito, e all’ora stabilita si fece trovare all’angolo del Giardino del Lussemburgo… dove però non trovò nessuno. Rimase in attesa per quasi mezz’ora, scrutando bene in faccia i passanti o coloro che bighellonavano da quelle parti; guardò bene in tutti gli angoli del boulevard e fece un giro completo dei vialetti del parco, ma non s’imbatté in nessuna contessa pronta a gettarglisi fra le braccia. Alla fine, sebbene con riluttanza, tornò sui suoi passi, diretto alla pensioncina. Lungo la strada, gli tornarono in mente le parole che Madame Zéphyrine aveva scambiato con il giovanotto biondo, il cui ricordo gli provocò una certa inquietudine.
“Sembra proprio”, rifletté, “che qui debbano tutti mentire al nostro portiere.”
Suonò il campanello e la porta si aprì, mentre gli apparve davanti il portiere in camicia da notte, per
fargli luce.
“Se n’è andato?” chiese il portiere.
“Chi? A chi vi riferite?” domandò Silas un po’ bruscamente, perché era irritato per la delusione subita.
“Non l’ho visto uscire”, proseguì il portiere, “ma confido che il debito l’abbiate pagato. Non vogliamo avere in questa pensione inquilini che non riescano a far fronte ai loro debiti.”
“Ma che diavolo intendete dire?” domandò Silas sgarbatamente. “Non capisco un’acca di quello che andate blaterando.”
“Quel giovanotto basso… quel biondino, sapete, venuto per riscuotere il debito”, rispose imperterrito l’altro. “È di lui che sto parlando. Di chi altri dovrebbe trattarsi?… non mi avevate detto di far salire solo lui?”
“Perdio, è ovvio che non sia venuto nessuno.”
“So quello che so…”, rispose il portiere, spingendo volgarmente in fuori la guancia con la lingua, con un’aria di sfacciata malizia.
“Siete un farabutto!… siete un insolente”, esclamò Silas, ma subito dopo, rendendosi conto d’essere stato tanto ridicolo quanto maleducato e duro, e al tempo stesso completamente sconcertato da tutte quelle preoccupanti stranezze, si voltò e corse su per le scale.
“Non volete che vi faccia luce?” gli gridò appresso il portiere.
Ma Silas si precipitò su per le scale, e non si fermò se non quando raggiunse il settimo pianerottolo e si trovò finalmente davanti alla porta della sua stanza, dove si fermò un istante per riprendere fiato, assalito dai peggiori presentimenti e avendo quasi paura di entrare nella stanza.
Quando alla fine si decise, si sentì sollevato di trovare buia la camera, e apparentemente senza nessuno. Tirò un lungo sospiro. Eccolo di nuovo a casa, al sicuro, e quella sarebbe stata l’ultima follia così come, in effetti, era la prima che avesse mai compiuto. I fiammiferi stavano sul comodino accanto al letto, e a tentoni si mosse verso quella direzione. Dopo un paio di passi, ancora una volta fu ripreso dall’ansia, e, quando con il piede inciampò in un ostacolo, fu felicissimo di scoprire che si trattava di nulla di più preoccupante di una semplice sedia. Alla fine sfiorò le tende. Dalla posizione della finestra, da cui entrava un po’ di luce, si rese conto d’essere ai piedi del letto, e per raggiungere il tavolino in questione non doveva fare altro che seguirne la sponda.
Abbassò la mano, ma quello che toccò non era solo una coperta… era una coperta con qualcosa sotto, come la sagoma di una gamba umana. Silas ritrasse il braccio e rimase come pietrificato.
“Cosa diavolo può essere?” Pensò.
Rimase in ascolto, ma non udì nessun respiro. Di nuovo, con grande riluttanza, tese le dita verso il punto che aveva già toccato; ma questa seconda volta fece un balzo all’indietro, e restò immobile, tremante e terrorizzato. Nel suo letto c’era qualcosa. Non sapeva di cosa si trattasse, ma lì c’era di certo qualcosa.
Gli ci vollero alcuni istanti prima di riuscire a muoversi. Poi, guidato dall’istinto, piombò sui fiammiferi e, voltando la schiena al letto, accese la candela. Non appena la fiamma brillò, si girò lentamente per guardare quanto aveva terrore di vedere. Sicuro come la morte, era ben peggio di quanto la sua immaginazione avrebbe mai potuto concepire. La coperta era stata accuratamente tirata fin sopra il cuscino, ma, sotto, si riconosceva la sagoma di un corpo umano, disteso e irrigidito; e quando si lanciò in avanti e gettò da parte le lenzuola… riconobbe il giovanotto dai capelli biondi che la sera prima aveva veduto al Ball Bullier, gli occhi spalancati e lo sguardo vuoto, il volto tumefatto e nero, e un filo di sangue che colava dalle narici. Silas emise un lungo, tremulo gemito, lasciò cadere la candela e cadde in ginocchio accanto al letto.
Si riebbe dallo sbigottimento nel quale la terribile scoperta lo aveva gettato solo quando udì un discreto ma insistente bussare alla porta. Trascorse qualche istante prima di rendersi conto della situazione in cui si trovava; e quando si affrettò per evitare che entrasse qualcuno, era ormai troppo tardi. Il dottor Noel, un’enorme berretta da notte sul capo, una lampada in mano che illuminava il suo lungo volto pallido, il passo incerto, sbirciando e inclinando di lato la testa come fanno gli uccelli, spinse la porta dolcemente, e avanzò in mezzo alla stanza.
“M’era sembrato di udire un gemito”, iniziò a dire il dottore, “e temendo che potevate sentirvi male, non ho esitato un istante nel caso aveste bisogno d’aiuto.”
Il viso di fuoco e il cuore che gli batteva violentemente, Silas s’interpose fra il dottore e il letto, senza però riuscire a rispondere nemmeno con un filo di voce.
“Siete al buio”, proseguì il dottore, “e ancora nemmeno avete iniziato a prepararvi per andare a dormire. Non mi persuaderete tanto facilmente che non abbia visto giusto, e poi anche la vostra faccia rivela chiaramente che avete bisogno di un amico o di un medico… ditemi voi, quale dei due? Fatemi sentire il polso, che spesso è il miglior rivelatore delle condizioni del cuore.”
Fece un passo verso Silas, che invece indietreggiò, e cercò di prendergli il polso; ma la prova cui erano stati sottoposti i suoi nervi era stata eccessiva per reggere oltre: scansò il medico con un movimento brusco e, gettandosi a terra, scoppiò in un pianto disperato. Ma non appena il dottor Noel ebbe scorto il morto sul letto, il volto gli si oscurò, corse verso la porta che aveva lasciato accostata, la chiuse e girò due volte la chiave.
“Su!” gridò rivolgendosi al giovane con voce stridula; “non è il momento di piangere. Cosa avete fatto? Questo cadavere… com’è arrivato in camera vostra? Parlate con franchezza con chi potrebbe aiutarvi. Credete forse che io voglia rovinarvi? Credete forse che questo ammasso di carne morta sul vostro cuscino possa modificare in qualche modo la simpatia che mi avete ispirato? Che sciocco giovane che siete!… L’orrore con cui la legge cieca e iniqua considera un delitto non ha nessun valore nei confronti di chi l’ha commesso, agli occhi di coloro che hanno simpatia per lui… e se pure vedessi un mio intimo amico macchiato di sangue, ebbene, i miei sentimenti per lui non cambierebbero affatto. Alzatevi, ora”, aggiunse; “il bene e il male sono solo una chimera, un’illusione… nella vita non esiste nient’altro che il destino, e qualunque siano le circostanze in cui vi siete venuto a trovare, sappiate che avrete sempre accanto chi vi potrà aiutare.”
Incoraggiato da queste parole, Silas si riprese un po’ e, con voce rotta e aiutato dalle domande del
dottore, riuscì finalmente a informarlo di quanto era avvenuto.
“Ahimè!” esclamò il dottor Noel, “o sto prendendo un granchio madornale, o voi siete caduto ingenuamente nella mani delle peggiori canaglie che esistano in Europa. Povero ragazzo!… che fossa vi hanno scavato sotto i piedi a causa della vostra dabbenaggine! in quale pericolo mortale vi ha condotto la vostra inesperienza! Quell’uomo”, proseguì, “quell’inglese che avete visto due volte e che personalmente sospetto sia l’anima di tutta questa brutta faccenda, sapreste descriverlo?
Era giovane o vecchio? alto o basso?”
Silas, però, malgrado tutta la sua curiosità, non aveva l’occhio dell’osservatore e quindi non riuscì a fornire nient’altro che una descrizione tanto generica quanto inutile.
“Ah, come vorrei che lo si insegnasse a scuola!” esclamò il dottore con rabbia. “A cosa servono la vista e l’uso della parola, ditemi voi, se uno non riesce a osservare e a ricordare i lineamenti di un nemico? Conoscendo bene tutte le cricche di criminali che ci sono in Europa avrei potuto identificarlo per escogitare qualche nuova arma per la vostra difesa. Mio povero ragazzo, in futuro, coltivate quest’arte… vi potrebbe tornare utile, prima o poi.”
“Il futuro!” rispose Silas. “Quale futuro mi rimane se non la forca?”
“La giovinezza!… che stagione di codardia”, rispose il dottore; “i guai sembrano sempre più gravi di quanto non siano davvero. Io sono vecchio, sì, eppure non cedo mai alla disperazione.”
“Potrei mai raccontare una storia del genere alla polizia?”
“No di certo”, rispose il dottore. “Da quello che posso capire della macchinazione in cui siete stato coinvolto, vedo che il vostro è un caso disperato; e per la mentalità ristretta delle autorità, voi siete senza dubbio il colpevole ideale. Ricordate inoltre che noi conosciamo soltanto una piccolissima parte del complotto… e che quei farabutti che l’hanno concepito senz’altro avranno organizzato molte altre prove che l’inchiesta di polizia farebbe uscire fuori, e che contribuirebbero a mettere in evidenza assai di più la vostra colpevolezza che non la vostra innocenza.”
“Ma allora sono perduto!” esclamò Silas.
“Non ho detto questo!” rispose il dottor Noel, “perché sono sempre una persona prudente.”
“Ma guardatelo!” ribatté Silas, indicando il cadavere. “Ecco quella cosa orribile sul mio letto… non
la posso spiegare, capite, non me ne posso disfare, non la posso nemmeno guardare senza provare orrore.”
“Orrore?” rispose il dottore. “No. Quando un orologio di questo genere smette dii funzionare, per me non è più che un ingegnoso meccanismo, che dev’essere investigato con l’ausilio del mio bisturi. Una volta che il sangue è freddo e stagnante, non è più sangue umano; una volta che un corpo è morto non è più il corpo che desideriamo nelle nostre amanti e che rispettiamo nei nostri amici. La grazia, il fascino, il terrore… tutto, tutto scompare quando esala l’ultimo respiro.
Abituatevi a guardare quel cadavere con un certo distacco, con freddezza… perché se riuscissi a fare quello che mi è venuto in mente, dovrete vivere per alcuni giorni accanto a ciò che vi fa tanto orrore.
“Cosa vi è venuto in mente?” esclamò Silas. “Di cosa si tratta? Ditemelo subito. Dottore, credo mi
manchi il coraggio per continuare a vivere.”
Senza rispondere il dottor Noel si avvicinò al letto e iniziò a esaminare il cadavere.
“Morto stecchito”, mormorò. “Sì, e suppongo che le tasche siano vuote. Sì, e le iniziali del nome tagliate via dalla camicia. Hanno fatto proprio un bel lavoretto completo. Fortunatamente è piccolo di statura.”
Silas ascoltò questi commenti in preda all’ansia. Alla fine il dottore, completato l’esame, prese una sedia e rivolse al giovane americano un sorriso.
“Da quando sono entrato qui, in camera vostra”, disse il dottore, “sebbene non abbia fatto altro che ascoltarvi e parlare con voi, non è che non mi sia guardato attorno con attenzione. Ho appena notato che, in quell’angolo, tenete uno di quei mostruosi catafalchi che i vostri connazionali si portano appresso da una parte all’altra del globo… per farla breve, quel baule di Saratoga. Fino a oggi mi son sempre chiesto a cosa servissero questi monumenti; ma ora incomincio a farmene un’idea. Se facciano comodo nel commercio degli schiavi o per rimediare ai risultati eccessivi nell’uso dei coltellacci… beh, non sono proprio in grado di capirlo. Una cosa, però, la capisco da me… lo scopo di uno scatolone del genere è quello di contenere un corpo umano.”
“Però…” esclamò Silas, “…però non è sicuramente il momento di fare delle battute di spirito.”
“Sebbene mi capiti d’esprimermi spesso con un certo umorismo, le mie parole sono serissime. La prima cosa che dobbiamo fare, mio giovane amico, è svuotare completamente il baule.”
Silas, colpito dall’autorevolezza del dottor Noel, si mise subito al lavoro. Il baule di Saratoga fu presto svuotato del suo contenuto, che venne ammassato sul pavimento; e poi – Silas tenendolo per le caviglie e il dottore reggendolo per le spalle – tolsero il cadavere dal letto e, non senza difficoltà, lo ripiegarono su se stesso e lo infilarono nel baule. Facendo tutti e due pressione, calarono a forza il coperchio su quell’insolito contenuto, e il dottore chiuse a chiave il cassone e lo legò con le cinghie, mentre Silas sistemò tutto il mucchio di roba tolta tra un armadio e la cassettiera.
“Ora”, disse il dottore, “abbiamo fatto il primo passo per liberarvi da questo impiccio. Domani, o meglio oggi, dovete assolutamente dissipare i sospetti del portiere… allungategli una buona mancia, e fidatevi di me… farò tutto il necessario per portare a termine questa faccenda nel modo più sicuro. ma adesso, però, seguitemi nella mia stanza… voglio darvi un sonnifero sicuro e  potente, perché qualsiasi cosa dobbiate fare, dovete prima riposare.”
Il giorno successivo fu il più lungo che Silas avesse mai trascorso, così lungo che gli sembrò che non dovesse mai terminare. Si negò agli amici, e se ne rimase rincantucciato in un angoletto, gli occhi fissi sul baule, immerso in una cupa e tetra contemplazione. La curiosità dei giorni passati gli veniva ora restituita in senso inverso, perché lo spioncino era stato riaperto e il giovane americano s’accorse d’essere quasi costantemente osservato dalla stanza di Madame Zéphyrine. Una sensazione così sgradevole e così insopportabile che alla fine fu costretto a tappare il buco sulla parete, e quando fu al sicuro da sguardi indiscreti, trascorse la maggior parte del tempo fra lacrime di pentimento e preghiere di salvezza.
Di sera tardi, il dottor Noel arrivò nella sua stanza recando in mano un paio di buste sigillate, prive d’indirizzo: una più voluminosa e l’altra così sottile da sembrare che non contenesse assolutamente nulla.
“Silas”, disse il medico sedendosi al tavolo, “è giunto il momento che io vi riveli il mio piano. Domani mattina presto, il principe Florizel di Boemia ritorna a Londra dopo essersi divertito per qualche giorno qui a Parigi, per il carnevale. Per mia fortuna, un po’ di tempo fa, ho reso al colonnello Geraldine, il suo grande scudiero, uno di quei servigi che nella mia professione sono comunissimi, ma che la controparte non dimentica mai. Non c’è bisogno di spiegarvi perché il colonnello mi deve della gratitudine; è sufficiente che vi dica che sapevo che sarebbe stato disposto ad aiutarmi in qualsiasi modo. Ora, era assolutamente indispensabile che voi raggiungeste Londra senza che il baule venisse aperto, cosa per la quale in genere la dogana oppone delle difficoltà insormontabili. Allora m’è venuto in mente che il bagaglio di un personaggio così importante come il principe, come fatto di cortesia viene fatto passare senza che venga esaminato dai funzionari della dogana. Mi sono rivolto, quindi, al colonnello Geraldine, che per fortuna s’è dichiarato d’accordo. Domani, se prima delle sei, vi recherete presso l’albergo dove
alloggia il principe, il vostro bagaglio sarà fatto passare come parte del suo, e voi stesso farete il viaggio come persona che fa parte del suo seguito.”
“A proposito di quello che mi dite, mi sembra che abbia già visto sia il principe che il colonnello Geraldine… l’altra sera, al Ball Bullier, per caso ho anche ascoltato qualcosa di quello che si dicevano.”
“Niente di più probabile… al principe piace mescolarsi fra la folla”, rispose il dottore. “Una volta arrivato a Londra”, proseguì, “il vostro compito sarà quasi finito. In questa busta più voluminosa che vi consegno c’è una lettera che non oso spedire per posta; nell’altra, invece, troverete l’indirizzo della casa dove dovete recapitarla insieme al baule che lascerete lì. Dopo di che non avrete più seccature.”
“Ahimè!” esclamò Silas. “Vorrei credervi, ma… com’è possibile? Mi lasciate intravedere una possibilità di salvezza straordinaria, ma… vi chiedo, la mia mente sarà capace di accettare una soluzione così inverosimile? Siate più generoso e fatemi capire meglio quale sia il vostro scopo.”
Il dottore sembrò molto colpito da queste parole.
“Figliolo”, rispose, “non sapete che cosa difficile mi state chiedendo. Se proprio volete… Ormai alle umiliazioni sono fin troppo abituato, e dopo avervi aiutato così tanto sarebbe strano che mi rifiutassi di rispondere. Sappiate, dunque, che sebbene io sembri ora così tranquillo… frugale, solitario, dedito esclusivamente allo studio… ebbene, quand’ero più giovane, il mio nome allora era un richiamo per tutti gli esseri più astuti e pericolosi di Londra; e mentre all’apparenza ero oggetto di grande rispetto e considerazione, il mio autentico potere si basava su relazioni segrete, terribili e criminali. Ed è proprio a una di quelle persone che un tempo mi obbedivano che ora mi rivolgo per liberarvi dal vostro peso. Si trattava di gente di nazionalità diverse e di diversa destrezza, tutti legati tra loro da un vincolo di ferro e tesi tutti verso un unico scopo… gli affari di questa associazione erano il crimine; e io, proprio io che vi sto parlando, per quanto possa apparire una persona innocua, ero il capobanda di quella cricca così temibile.”
“Cosa?” gridò Silas. “Un assassino? un uomo per cui l’assassinio era fatto abituale? Come posso stringervi la mano? Dovrei arrivare al punto d’accettare il vostro aiuto? Vecchiaccio maledetto!… criminale!… vorreste che diventassi complice a causa della mia giovinezza e della mia sventura?”
Il dottore rise con amarezza.
“Siete un po’ troppo schizzinoso, signor Scuddamore”, disse; “lascio a voi la scelta… preferite la compagnia di un assassino o di un cadavere assassinato? Se la vostra coscienza è troppo delicata per accettare i miei servigi, non avete che da dirlo, e io toglierò immediatamente il disturbo. Dopo di che sbrigatevela da solo con il vostro baule e il suo contenuto, come la vostra coscienza riterrà meglio.”
“Capisco d’aver torto”, rispose Silas. “Avrei dovuto ricordarmi come generosamente vi siete offerto
d’aiutarmi prima ancora che vi avessi convinto della mia innocenza… per cui ascolterò con gratitudine i vostri consigli.”
“Così va meglio…”, rispose il dottore. “Vedo che finalmente iniziate a imparare qualcosa dalle lezioni della vita.”
“Però…” disse l’americano del New England, “dal momento che mi avete rivelato d’essere abituato a faccende così ripugnanti, e che la gente presso la quale mi state raccomandando sono i vostri complici e amici di un tempo, non potreste occuparvi voi stesso del trasporto del baule, e liberarmi subito di questa orribile presenza?”
“Parola mia”, rispose il dottore, “vi ammiro davvero! Se pensate che non mi sia già immischiato abbastanza delle vostre faccende, credetemi, ve lo dico con il cuore in mano, che a me sembra esattamente il contrario. Dovete accettare o respingere i miei servigi così come ve li sto offrendo; e non seccatemi con la vostra gratitudine, perché la valuto ancor meno del vostro acume. Tempo verrà, se avrete la fortuna di vivere un po’ di anni sano di mente, quando ripenserete a tutta questa faccenda in termini completamente diversi, e allora arrossirete per come vi siete comportato questa sera.”
Così dicendo, il dottore si alzò dalla poltrona, ripeté ancora una volta in modo succinto e chiaro le sue istruzioni, e uscì dalla stanza senza lasciare il tempo a Silas di rispondere nulla. Il mattino seguente, Silas si presentò in albergo, dove fu accolto con cortesia dal colonnello Geraldine e dove, almeno per il momento, si sentì sollevato da ogni paura per il baule e il suo contenuto. Il viaggio si svolse senza particolari inconvenienti, sebbene il giovane si terrorizzasse quando per caso udì sia i marinai che i facchini della ferrovia lamentarsi tra loro per il fatto che il bagaglio del principe fosse particolarmente pesante. Silas viaggiò in carrozza con la servitù, poiché il principe aveva deciso di rimanere da solo con il grande scudiero. Fu a bordo del vaporetto, comunque, che Silas attrasse l’attenzione di Sua Altezza a causa della sua aria melanconica e dell’atteggiamento di preoccupazione quando fissava la pila dei bagagli, in quanto era ancora assai in ansia riguardo al futuro.
“Guardate quel giovane…”, osservò il principe, “…deve avere qualche dispiacere.”
“È l’americano”, rispose Geraldine, “per il quale ho ottenuto il permesso di viaggiare con il vostro seguito.”
“Ah… mi fate venire in mente di non essere stato molto cortese”, disse il principe, il quale, avvicinandosi a Silas, con la più squisita affabilità gli rivolse queste parole:
“Sono stato felicissimo, mio caro giovane, d’aver potuto esaudire il desiderio che mi avete espresso tramite il colonnello Geraldine. Ricordatevi, vi prego, che in futuro mi farà sempre piacere esservi d’aiuto in faccende ancora più importanti.” Poi gli fece alcune domande sulla situazione politica americana, a cui Silas rispose con competenza e proprietà. “Siete ancora molto giovane”, allora disse il principe; “ma noto che siete fin troppo serio in considerazione della vostra età. Forse la vostra attenzione è completamente concentrata su studi serissimi… Forse, però, sono troppo indiscreto e sto toccando un argomento spiacevole per voi.”
“Ho certamente dei motivi per considerarmi l’uomo più infelice della terra”, disse allora Silas; “mai una persona innocente è stata più crudelmente ingannata.”
“Non vi chiederò di confidarvi con me”, rispose il principe.
“Ma ricordatevi che una raccomandazione da parte del colonnello Geraldine è per me un passaporto infallibile; e che io stesso non solo sono più che ben disposto, ma, forse più di altri, sono in grado di fare qualcosa per voi.”
Silas rimase estasiato dall’amabilità di quel gran personaggio; ma subito la mente gli tornò alle sue fosche preoccupazioni; perché nemmeno la generosità e il favore di un principe nei confronti di un repubblicano possono liberare uno spirito tormentato dalla preoccupazioni che lo attanagliano. Il treno arrivò a Charing Cross, dove i funzionari della dogana, come sempre, non ispezionarono i bagagli del principe, ad attender il quale c’erano degli equipaggi in gran pompa, che, con il resto del seguito, condussero anche Silas presso la residenza del principe. Qui il colonnello Geraldine lo cercò e gli espresse il proprio compiacimento per essere stato d’aiuto a un amico del medico, una persona che teneva nella massima considerazione.
“Spero”, aggiunse, “che nessuna delle vostre porcellane sia stata danneggiata. Erano stati impartiti ordini severissimi affinché, lungo tutto il viaggio, il vostro bagaglio fosse maneggiato con la massima attenzione, come gli effetti personali del principe.”

E poi, dopo aver ordinato ai domestici di mettere a disposizione del giovane una delle carrozze, e di caricare subito il baule di Saratoga nel bagagliaio posteriore, il colonnello strinse la mano al giovane e si scusò per i numerosi impegni che lo attendevano nella residenza del principe. Silas spezzò allora il sigillo della lettera che conteneva l’indirizzo, e disse al valletto con l’elegante uniforme di condurlo a Box Court, subito dopo lo Strand. Sembrò come se il luogo non fosse del tutto sconosciuto al cocchiere, perché costui, con aria sorpresa, gli chiese di ripeterglielo. Fu con il cuore colmo d’ansia che Silas salì sulla lussuosa carrozza, che lo portò a destinazione. L’ingresso in Box Court era troppo stretto per lasciar passare una vettura del genere; non era altro che un sentiero che passava tra due staccionate, con un pilastro alle due estremità. Su uno di questi pilastri sedeva un uomo che saltò subito giù e scambiò un saluto amichevole con il cocchiere, mentre il valletto apriva lo sportello e chiese a Silas se doveva scaricare il baule di Saratoga e a quale numero doveva portarlo.
“So non vi dispiace”, rispose Silas, “al numero tre.”
Il valletto e l’uomo che prima sedeva sul pilastro, nonostante l’aiuto di Silas, faticarono molto per portare dentro il baule; e prima ancora di depositarlo davanti alla porta della casa in questione, il giovane americano inorridì scoprendo che una ventina di oziosi lo stavano osservando.
Assumendo un atteggiamento il più possibile disinvolto, bussò alla porta e consegnò l’altra busta a colui che aveva aperto.
“Non è in casa”, rispose quello, “ma se volete lasciare la lettera e tornare domattina di buon’ora, allora sarò in grado di dirvi se e quando potrà ricevervi. Volete lasciare anche il baule?”
“Molto volentieri”, esclamò Silas; il quale subito si pentì della precipitazione della sua risposta, e con altrettanta energia e decisione dichiarò che preferiva piuttosto riportarselo appresso in albergo.
La folla di oziosi che si era radunata si sganasciò dalle risate per la sua titubanza e lo seguì in corteo fino alla carrozza lanciandogli osservazioni offensive; e Silas, rosso di vergogna e pieno di terrore, scongiurò i domestici di condurlo in qualche tranquilla e comoda pensione che si trovasse nelle immediate vicinanze.
L’equipaggio del principe lo lasciò presso il Craven Hotel in Craven Street, e ripartì all’istante, lasciandolo da solo con i domestici della pensione. L’unica stanza libera, così sembrava, era una specie di buchetto che dava sul retro, in cima a quattro rampe di scale. Con fatica, e fra mille lamentele e bestemmie, due robusti facchini portarono il baule fino in quella sorta di eremo. È inutile puntualizzare come, durante l’ascesa, Silas rimase costantemente alle loro calcagna, con il cuore in gola a ogni angolo. Un solo passo falso, pensava fra sé e sé, e quel cassone poteva volare oltre la ringhiera, per atterrare con tutto il suo contenuto in mostra sul pavimento dell’atrio.
Giunto nella stanza, sedette sul bordo del letto per riprendersi dall’angoscia che lo aveva fin lì attanagliato; ma non aveva nemmeno tirato un fiato, quando subito s’allarmò di nuovo per quello che stava facendo il garzone che, inginocchiato davanti al baule, armeggiava senza che nessuno glielo avesse chiesto per sciogliere quell’intrico di cinghie.
“Lasciate stare!” gridò Silas. “Per adesso non ho bisogno di quello che c’è dentro.”
“Allora potevate lasciarlo di sotto, nell’atrio”, bofonchiò il garzone; “’sta cosa grossa e pesante come un monumento… Non riesco a immaginare cosa ci teniate dentro. Se si tratta di quattrini… beh, vuol dire che siete più ricco di me.”
“Quattrini?” gli fece eco Silas, turbandosi all’improvviso. “Cosa intendete dire con quattrini? Io non ho denaro e voi dite sciocchezze.”
“Va bene, capo”, rispose il garzone ammiccando. “Qui nessuno lo toccherà, il denaro di vostra signoria. Sono fidato come una banca, io…”, aggiunse; “ma quanto a quel catafalco lì, beh… altro se pesa un accidenti! e non me ne importerebbe niente se bevessi qualcosa alla salute di vostra signoria.”
Silas prese un paio di napoleoni, e contemporaneamente si scusò perché era costretto a dargli qualche seccatura… si trattava di valuta straniera, ma era appena arrivato…
E il garzone, lagnandosi con ancor più vivacità, e lanciando un’occhiata di disprezzo ora al denaro che teneva nel palmo della mano, ora al baule, e poi di nuovo dall’uno all’altro, alla fine acconsentì ad andarsene.
Negli ultimi due giorni, il cadavere era rimasto chiuso nel baule; e non appena rimase finalmente solo, Silas si mise ad annusare tutte le fessure e le giunture con la massima attenzione. Ma la stagione era fredda, e il baule ancora riusciva a custodire il proprio sconvolgente segreto.

Pose una sedia accanto al cassone, e tenendosi il volto fra le mani sprofondò in un’assorta riflessione. Se qualcuno non fosse venuto subito a toglierlo dall’imbarazzo, presto sarebbe stato scoperto. Solo, in una città straniera, senza amici o complici, se la raccomandazione del dottorenon avesse avuto effetto, senza dubbio sarebbe stato un cittadino del New England perduto. Rifletté con dolore sui progetti ambiziosi per il futuro; non sarebbe più diventato l’eroe e il portavoce del suo luogo natio, Bangor, Maine; né, incarico dopo incarico e onore dopo onore, avrebbe più scalato i luminosi gradini della vita pubblica, così come aveva sognato di fare; anzi, sarebbe stato assai meglio abbandonare definitivamente ogni speranza e ogni ambizione di poter essere acclamato, un giorno, Presidente degli Stati Uniti d’America, lasciando dietro di sé una statua, la peggiore possibile da un punto di vista artistico, per abbellire il Campidoglio di
Washington. Eccolo lì, invece… incatenato per sempre a un inglese morto e stecchito, ripiegato in due dentro un baule di Saratoga. Bisognava liberarsi alla svelta di quel maledetto cadavere, altrimenti il suo nome non sarebbe mai comparso negli annali delle glorie patrie!
Ho qualche scrupolo a riferire il linguaggio usato dal nostro giovane amico nei confronti del dottore, del morto, di Madame Zéphyrine, del garzone dell’albergo, dei domestici del principe e, per farla breve, nei confronti di tutti coloro che, anche solo alla lontana, in qualche modo erano stati in relazione con quella orribile sventura.
Verso le sette di sera, quasi di soppiatto, scese per la cena; ma la sala dalle pareti giallastre lo spaventò e gli sembrò che gli altri avventori lo fissassero con aria sospettosa, mentre, peraltro, la testa gli era rimasta di sopra, sempre lì appresso a quel maledetto baule. Quando gli si accostò il cameriere per servire il formaggio, i suoi nervi erano ridotti così allo stremo che fece un balzo dalla sedia e rovesciò sulla tovaglia quello che rimaneva di una pinta di birra.
Al termine della cena, lo stesso cameriere si offrì di mostrargli la saletta da fumo, e Silas, che avrebbe senz’altro preferito tornare subito al suo rischioso tesoro, non ebbe il coraggio di rifiutare, e si fece accompagnare giù per una rampa di scale in una buia cantina illuminata fiocamente da lampade a gas, che costituiva allora, e forse ancora oggi, il salottino per fumatori del Craven Hotel.
Due mesti giocatori stavano facendo una partita al biliardo, con l’aiuto di un terzo individuo sudaticcio ed emaciato che segnava i punti; e lì per lì Silas ebbe l’impressione che in quella saletta non ci fosse altra gente. Ma guardando meglio, scorse un altro individuo che stava fumando nell’angolo più appartato, gli occhi abbassati e un’aria rispettabile e riservata. Subito capì d’aver già visto quella faccia prima di quel momento; e nonostante l’abbigliamento completamente diverso, riconobbe l’individuo che aveva visto seduto sul pilastro all’ingresso di Box Court, quello che lo aveva aiutato a scaricare e a caricare di nuovo il baule sulla carrozza. Il cittadino del New England si voltò subito e corse su per le scale senza fermarsi prima d’aver chiuso e sprangato con il chiavistello la porta della sua stanza.
Lì, per tutta la notte, vittima delle più terribili fantasie, fece la guardia al fatale baule pieno di carne morta. Non appena osava chiudere gli occhi, l’insinuazione del garzone che quel cassone fosse pieno d’oro gli ispirava di continuo nuovi terrori; e inoltre la presenza nel salottino per fumatori del perdigiorno di Box Court, ovviamente camuffato, lo convinse ancora di più che doveva trovarsi davvero al centro di chissà quale oscura macchinazione.
Era già suonata da un pezzo la mezzanotte, quando Silas, spinto da sospetti che lo avevano reso sempre più inquieto, aprì la porta della stanza e, facendo capolino, sbirciò nel corridoio, fiocamente illuminato da un solo beccuccio a gas. A una certa distanza intravide un uomo che dormiva sul pavimento, con indosso gli abiti da sguattero dell’albergo. In punta di piedi gli andò vicino. Era sdraiato in parte sulla schiena e in parte sul fianco, e l’avambraccio destro gli nascondeva il viso.
All’improvviso, mentre il giovane americano era ancora chinato su di lui, l’uomo che dormiva tolse il braccio e aprì gli occhi, e Silas si trovò di nuovo faccia a faccia con lo sfaccendato di Box Court.
“Buona notte, signore”, disse l’uomo cortesemente.
Ma Silas era troppo sconcertato per rispondere qualcosa, e in silenzio tornò nella propria stanza.
Verso l’alba, stremato dalla tensione, alla fine s’addormentò su una sedia, la testa appoggiata al baule. Malgrado la scomoda posizione e quel cuscino così macabro, cadde in un sonno profondo e prolungato, dal quale fu risvegliato solo sul tardi quando qualcuno bussò bruscamente alla porta.
Corse ad aprire, e si trovò faccia a faccia con il garzone.
“Siete voi il signore che ieri è andato a cercare qualcuno a Box Court?”, chiese. Con un brivido Silas rispose di sì. “Allora questo biglietto è per voi”, aggiunse il domestico, porgendogli una busta sigillata.

Silas l’aprì e vi trovò dentro le parole: “A mezzanotte.”
Puntuale all’ora convenuta, e preceduto da alcuni domestici assai robusti che trasportavano il baule, fu fatto accomodare in una stanza dove sedeva un uomo che si riscaldava davanti al caminetto, la schiena rivolta verso la porta. Il rumore prodotto da così tante persone che stavano entrando e spingevano e trascinavano il baule, che alla fine depositarono sul nudo pavimento, sembrò lasciare totalmente indifferente quell’uomo, che rimase impassibile senza nemmeno voltarsi. In preda all’angoscia, Silas rimase in attesa che quell’individuo si degnasse di accorgersi della sua presenza.
Trascorsero più di cinque minuti prima che l’uomo si voltasse con esasperante lentezza, rivelando le fattezze del principe.
“È così, dunque, signore”, disse con aria severissima, “che abusate della mia cortesia? Vi unite a persone che ricoprono alte posizioni con nessun altro scopo, immagino, che evitare le conseguenze dei vostri crimini… Adesso sì che capisco perché eravate così imbarazzato quando ieri vi ho rivolto la parola.”
“Davvero”, gridò Silas, “sono del tutto innocente… la mia unica colpa è la sfortuna!”
E con precipitazione, ma anche con il più convincente candore, raccontò al principe l’intera storia dei suoi guai.
“Capisco d’essermi sbagliato”, disse allora Sua Altezza dopo averlo ascoltato fino in fondo. “Voi non siete altro che una povera vittima, e dal momento che non ho motivo per punirvi, potete stare tranquillo che farò del mio meglio per aiutarvi. E ora”, proseguì, “al lavoro… Aprite subito il baule e lasciatemi vedere cosa contiene.”
Silas impallidì.
“Ho terrore di guardarci dentro”, esclamò.
“Non lo avete già visto prima?” rispose il principe. “Non bisogna cedere a queste forme di sentimentalismo… a queste debolezze. La vista di una persona malata e sofferente a cui possiamo prestare aiuto colpisce di più i nostri sentimenti che un morto, ormai totalmente al di là di ogni aiuto e di ogni ingiuria… al di là dell’amore e dell’odio. Calmatevi, signor Scuddamore”, e poi, vedendo che Silas esitava ancora, aggiunse: “Non desidero dare un altro nome alla mia richiesta…”
Il giovane americano sembrò come riprendersi da un sogno, e con un brivido di ripugnanza si costrinse ad allentare le cinghie e ad aprire la serratura del baule di Saratoga. Il principe gli stava accanto imperturbabile, con le mani dietro la schiena. Il cadavere era completamente irrigidito e a Silas costò un enorme sforzo, sia fisico che morale, rimuoverlo dalla sua posizione e scoprirne il volto.
Con un’esclamazione di sorpresa e di pena, il principe fece un balzo indietro.
“Ahimè”, esclamò, “non sapete, signor Scuddamore, che dono crudele mi avete portato. Costui è… è un giovane del mio seguito ed è il fratello del mio fedele amico; è stato assassinato mentre stava adempiendo a un mio incarico… e coloro che l’hanno ucciso sono individui violenti e traditori. Povero Geraldine”, proseguì come se parlasse a se stesso, “come farò a rivelarvi quale tragica fine ha fatto il vostro fratello? Come potrò farmi perdonare da voi, o da nostro Signore, per i miei piani presuntuosi che l’hanno condotto a una morte così sanguinaria e atroce? Ah, Florizel, Florizel! quando imparerai una buona volta la misura che si confà alla nostra natura di mortali, e non ti lascerai più abbagliare dall’immagine del potere di cui disponi? Potere!” gridò. “Chi è più impotente di me? Guardo questo giovane che ho sacrificato, signor Scuddamore, e… capisco quale cosa miserabile sia un principe.” Silas, commosso alla vista della sua disperazione, tentò di mormorare qualche parola di conforto, ma scoppiò a piangere. Il principe, toccato dalle sue evidenti intenzioni, gli si avvicinò e gli prese la mano.
“Calmatevi”, disse. “Tutti e due abbiamo da imparare molte cose, e grazie all’incontro di oggi saremo entrambi migliori.”
Silas lo ringraziò in silenzio con uno sguardo caloroso.
“Scrivetemi l’indirizzo del dottor Noel su questo foglio di carta”, proseguì il principe, conducendolo verso il tavolino; “e permettetemi di raccomandarvi che, quando sarete di nuovo a Parigi, ebbene, state alla larga dalla compagnia di quell’uomo pericoloso. In questa faccenda ha seguìto un impulso generoso, ne sono convinto… se avesse partecipato alla morte del fratello di Geraldine, beh, non avrebbe mai spedito il cadavere al vero assassino.”
“Il vero assassino!”, ripeté Silas.

“Proprio così”, rispose il principe. “Questa lettera che l’imperscrutabile divina Provvidenza ha voluto far arrivare nelle mie mani, era destinata nientemeno che al vero assassino, l’ignobile presidente del Club dei Suicidi. State alla larga da queste faccende pericolose, e ringraziate il Cielo di averla miracolosamente scampata, questa volta… lasciate immediatamente questa casa.
Ho da fare cose urgenti, e devo subito occuparmi di questi poveri resti, che appena pochi giorni fa appartenevano a un giovane bello e coraggioso.”
Commosso e pieno di riconoscenza, Silas si congedò dal principe Florizel, ma si attardò nelle vicinanze di Box Court finché non lo vide andarsene su una stupenda carrozza per recarsi in visita dal colonnello Henderson della polizia. Repubblicano com’era, al passaggio della vettura il giovane americano si tolse il cappello quasi con un sentimento di devozione. La sera stessa ripartì in treno per Parigi.
A questo punto (osserva il mio Autore arabo), termina La storia del medico e del baule di Saratoga. Tralasciando alcune osservazioni sul potere della Provvidenza, assai pertinenti nell’originale ma poco adatte al nostro gusto di Occidentali, aggiungerò soltanto che il giovane Scuddamore ha già iniziato a salire lungo la scala della notorietà politica, e dalle ultime informazioni ricevute ci risulta che è diventato lo sceriffo della città in cui è nato.

 

Traduzione di Livio Crescenzi

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