PROGETTI SPECIALI

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PROCESSO EICHMANN

Il progetto integrale degli atti processuali del processo Eichmann
ha preso vita attraverso 4 volumi di carattere antologico,
pubblicati dal 2014 al 2016

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MARK TWAIN OPERA OMNIA

Nel 2014 – dopo una serie di titoli sparsi pubblicati negli anni –
prende il via il progetto ambizioso e visionario di tradurre tutta l’opera di Mark Twain.
Il progetto non segue un ordine cronologico ed è curato da Livio Crescenz

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CENTOTRENTACINQUE
Collana diretta da Filippo Tuena

La collana centotrentacinque esce in occasione del cxxxv anniversario
della fondazione della casa editrice, con una tiratura di 135 copie
numerate con numeri arabi, più 15 con numeri romani e fuori commercio.
La collana è disponibile al pubblico sul sito della casa editrice.

PER VOLTARE PAGINA: “Sognando belle donne” da “Piaceri rubati” di Gina Berriault

 

Nel suo ristorante indiano, il donnaiolo Singh ospita una serata importantissima: a cena è atteso un celebre giornalista gourmet che può decretare il successo o la rovina del locale. La tensione è forte sia per Singh che per il personale, ma la serata finirà in modo del tutto inaspettato.
Francesca Cosi e Alessandra Repossi

 

Come una sentinella di notte sul confine tra l’India e il paese dei sogni, Singh, il ristoratore, la osservava dal piccolo bancone illuminato che costituiva la sua postazione. Alto più di un metro e ottanta, lo sembrava ancora di più per via del turbante verde smeraldo, e la sua giacca alla Nehru era immacolata come la neve dell’Himalaya. Alma era stata l’ultima cameriera ad arrivare e, anche se era in perfetto orario, quell’incidente mancato dovette sembrare a Singh presagio di sventura. Quella sera avrebbe avuto come ospite il più celebre dei gourmet itineranti, un tizio che avrebbe potuto far comparire il suo ristorante sulla scena mondiale oppure cancellarlo con poche parole crudeli o senza dire nulla.
Nel bagno piastrellato aleggiava ancora il profumo dell’acqua di colonia delle cameriere, che arrivando presto e accendendo le candele di tutti i tavoli, erano come angeli che promettevano una conclusione celestiale della serata. La ragazza si infilò l’abito, tirando su la lunga sottogonna di cotone, lisciò la stretta casacca di seta sui seni e, drappeggiò il sari di seta rossa intorno alla vita e su una spalla, le mani tremanti di paura per la sua serata, oltre che per il ristorante. Mentre lei era al lavoro, infatti, il suo ragazzo avrebbe portato via le proprie cose: roba da niente, perché ne aveva pochissime. Erano d’accordo che il momento migliore per entrambi sarebbe stato quando lei era fuori casa. Per tutto il pomeriggio aveva inveito contro la donna dalla quale sarebbe andato e adesso non riusciva nemmeno a schiarirsi la gola infiammata per capire se le fosse rimasto un briciolo di voce. E lui l’aveva abbracciata, accarezzata, con un’espressione confusa. Era come se lo avessero spedito all’altro capo del mondo e non avesse la minima idea di ciò che gli sarebbe successo in quel posto.
La musica del sitar iniziò a salire dallo stereo posto nella nicchia accanto al bagno, come avrebbe fatto per tutta la serata. La ragazza ripiegò i suoi abiti e li infilò nella borsa di tela, poi la mise nell’armadio dei dipendenti insieme al cappotto e sbucò nella sontuosa e buia sala da pranzo.
I primi clienti erano già al bancone e Singh le fece segno di accompagnarli ai loro tavoli. La moglie Lila, direttrice di sala, era in cucina a supervisionare la preparazione dei piatti che sarebbero stati presentati all’onorato ospite. Le tre cuoche indiane stavano allestendo in silenzio un banchetto: erano piccole come scriccioli, avevano tutte la pelle ugualmente bruna, i capelli grigio scuro tirati indietro e legati in una crocchia alla base del collo sottile, le teste sempre chine sul lavoro.
Quella sera il ristorante era più che mai un palcoscenico e, agli occhi di Alma, aveva un’aria smaccatamente finta. La luce delle candele nei globi di vetro sfaccettato posati sui tavoli scivolava su e giù per i sari delle cameriere, risplendeva sulle loro collane, trasformava in avorio i turbanti bianchi dei camerieri e riluceva sui vassoi di ottone intarsiato, grandi come scudi di giganti, appesi ai muri. Le candele illuminavano i volti delle donne sedute ai tavoli e Alma notò – più distintamente che mai – il modo in cui, da un tavolo all’altro, da una stanza all’altra, quelle donne si osservavano a vicenda come per sbaglio, per caso, cercando di capire chi fosse la più bella.
Al bancone, Singh sembrava più indiano che mai, e con l’arrivo del celebre gourmet pareva ancora più alto. Gli unici indiani veri, lì dentro, erano lui, due camerieri e solo una delle tre cameriere. Eppure nessuno dei clienti – Alma ne era certa – sospettava che Singh fosse nato in una fattoria della San Joaquin Valley e non avesse mai messo piede in India, né che i due camerieri, impeccabili come i servitori di un maragià, fossero studenti di business administration, o che l’unica cameriera indiana – la fredda e distaccata Kamala – in cucina parlasse il gergo della strada, prendendo in giro i clienti, e fosse un’appassionata ballerina del ventre.
Tutti gli altri erano impostori. Compresa lei, Alma, che aveva genitori cileni. Lila veniva dal ghetto di Detroit, ma i grandi occhi, i capelli già bianchi, la pelle scura e le mani piccole e sottili evocavano le sue origini indiane. Anche Marlie era nata nel ghetto, ma la sua figura carezzevole e sinuosa, illuminata dai riflessi dorati, incantava a tal punto i clienti che spesso due, tre, quattro uomini a cena insieme dichiaravano ad alta voce, per farsi sentire da tutti, che le donne indiane erano le più belle del mondo.
Quando Alma si avvicinò al banco con il suo vassoi etto d’ottone per ordinare le bibite, Singh stava fissando i tavoli, distratto dalla luce delle candele, il volto delicato e scuro colmo di desiderio.
“Quella donna al tavolo d’angolo” disse. “Che viso! Sembra uscita da uno di quei vecchi film in cui le star scendono lunghe scalinate ricurve per andare a colazione. Chi è? Mi sembra di conoscerla.”
Ogni bella donna viene sempre accolta quasi fosse attesa e riconosciuta come una persona già incontrata in precedenza. Alma non gli aveva mai rivelato questa sua idea. Innanzitutto perché lui non avrebbe neanche capito di che cosa stesse parlando, e poi perché, così facendo, gli avrebbe confessato una sua perplessità.
“Ricordamelo” le disse lui versando da bere. “Ricordami di raccontarti di quella donna che ho conosciuto in Texas. Era identica a lei. Quando sono ripartito, è quasi morta di dolore. Ero solo un ragazzino stupido che se ne andava in giro a far niente. Ero convinto di dover pensare al mio destino. Avrebbe lasciato il marito, per me: era un petroliere schifosamente ricco, ma lei lo avrebbe lasciato. Nella mia vita non succede mai niente al momento giusto.”
Nelle serate tranquille, quando sua moglie non c’era e i clienti se n’erano andati, quante confessioni intime le faceva, sulle donne del suo passato, su quello che le faceva impazzire a letto, sulla sua abilità. Nelle sere più movimentate, invece, quando c’era sua moglie e dopo aver chiuso le porte del ristorante, camerieri e cameriere si preparavano ad andare fingendo di non vedere quello che accadeva al bar. Lila, seduta su uno sgabello, china sul bancone, gli rinfacciava furiosa le sue relazioni con altre donne presenti, passate e future, mentre lui si muoveva avanti e indietro nel suo spazio angusto come una tigre tormentata dal padrone.
In cima alle scale, Lila accolse il celebre critico, il volto acceso, solo per lui, di una fugace bellezza, delicata e supplichevole. Alma, che si trovava al bancone del bar ad aspettare che Singh le riempisse un bicchiere, vide bene quanto fosse agitato per l’arrivo del famoso gourmet – un uomo inaspettatamente agile, slanciato e brizzolato, come un dirigente che non ha né il tempo né il talento per assaporare il cibo – e della sua accompagnatrice, un’altra bellezza dall’aria familiare. La loro presenza spazzò via l’innata gentilezza di Singh, la sua discrezione. Uscì da dietro il bancone e, torreggiando sulla coppia, strinse la mano all’uomo e chinò brevemente la testa davanti alla donna, poi li riconsegnò alla moglie, che li accompagnò al loro tavolo a testa alta, con le falde del sari di seta che le fluttuavano intorno.
“Come si chiama quella donna?” chiese Singh ad Alma. “È un’attrice. L’ho già vista, ma non mi
ricordo in quale film.” Con gesti insolitamente rapidi, preparò il terzo Pimm’s per il vassoio di
Alma, armeggiando con la lunga fetta di cetriolo. Fin dal momento del loro arrivo, Singh aveva dato l’impressione di aver perso la testa. Alma dava la colpa alla donna di sconvolgente bellezza e all’uomo che avrebbe potuto fare la fortuna o la rovina del ristorante, ma nel corso della serata le ragioni di quel suo strano comportamento apparvero meno scontate. Le altre sere Singh girava per i tavoli, stringeva la
mano ai clienti abituali e alle celebrità che riconosceva – una violinista, un comico, una cantante d’opera – con gli occhi che si facevano più scuri a seconda dell’importanza che il cliente rivestiva nel mondo, e chiacchierava con garbo per il giusto lasso di tempo: più a lungo con i meno importanti, di meno con le persone più in vista. Quella sera, però, rimase dietro al bancone a fissare la coppia seduta al tavolo.
Aleggiando intorno a loro, Lila confidò ai due com’era preparato ogni piatto che il cameriere posava sul tavolo, e quanti secondi e minuti occorrevano perché due o più ingredienti si amalgamassero alla perfezione.
“Tanto lui non andrà mai a parlare con loro” si lamentò con Alma in cucina, supplichevole come se la ragazza potesse persuaderlo, e rassegnata perché era la sola a dover sopportare quella frustrazione, poi uscì dalle porte a battente seguita dal cameriere, che sul vassoio aveva il piatto più elaborato di quella cena: fagiano arrosto glassato con foglie d’oro, un uccello fatto di oro fuso.
Quel lungo omaggio al celebre ospite ricordò ad Alma il grande banchetto offerto dallo scià di Persia a centinaia di celebrità e dignitari di tutto il mondo. La rivista mostrava le tende di lusso nelle quali alloggiavano e quel banchetto unico, con il corteo di camerieri che portavano vassoi con pavoni il cui meraviglioso piumaggio era stato disposto a ornamento dei corpi arrostiti.
Provò disprezzo per quell’ospite illustre, ipnotizzato dal cibo che gli veniva messo davanti completamente ignaro dello scorrere del tempo e del fatto che si rubava ogni boccone, come un mendicante scaltro.
Alla fine, Singh cedette. Successe alla fine della cena, che si era trasformata in una celebrazione della vita dei due ospiti, con doni dal mare, dalla terra nera, dalla vite, dagli alberi, dall’aria profumata. Singh si parò davanti a loro e lanciò un’occhiata al gourmet, che aveva un’espressione soddisfatta per tutti quegli omaggi, ma si guardava bene dal mostrare gratitudine e sfoggiava sulle guance e sul naso reti di capillari che ricordavano i pomelli rossi di un clown. Poi sbirciò il viso e il collo della donna, quel condotto sublime lungo il quale era sceso il cibo, e il suo corpo, languidamente vinto dal peso di tanta adorazione. Alma, che ogni tanto lanciava un’occhiata alla coppia, aveva l’impressione che la donna ricevesse tutti quei doni solo per lasciarsi guardare. Singh si chinò verso i due per poter meglio cogliere le loro
parole di apprezzamento, ma aveva un’espressione addolorata, come se fosse andato lì per confessare il fallimento dei suoi tentativi di costruirsi una vita prospera. A un suo cenno, Alma portò in sala la pelliccia della donna, che avevano messo nell’armadio del personale, dove venivano appesi i costosissimi soprabiti dei clienti. Quella sera l’ospite era andata al ristorante ben attrezzata contro il freddo di San Francisco, contro le sue nebbie che montavano e spesso calavano improvvise nelle notti estive. In genere, quando gli ospiti stavano per andare via, Singh, Lila o tutti e due facevano un cenno ad Alma e, se in quel
momento era libera, lei andava ad aiutare i clienti a indossare il cappotto. A quel punto gli ospiti in partenza le volgevano le spalle e, se non erano abituati a quel gesto di cortesia, le tenevano rigide; altri invece si infilavano il soprabito con affettata disinvoltura, come se quel capo fosse tenuto sospeso per loro da una persona invisibile o dalla stima del mondo intero.
Ma in quella serata così sontuosa non se la sentì di compiere quel gesto umiliante, tanto che le sue braccia si rifiutarono di reggere la pelliccia. Quando Singh vide che era in difficoltà, gliela prese di mano e la avvicinò alle spalle nude dell’ospite. Questa si voltò verso di lui, ben sapendo – Alma ne era certa – quanto sia puro il profilo di una bella donna, come una visione fugace e parziale concessa ai comuni mortali. Il suo volto gli era talmente vicino che Singh parve improvvisamente stanco.
Furono gli ultimi a uscire dal ristorante. Alma li guardò andar via mentre girava tra i tavoli, spegnendo le candele. Prima che si accomiatasse, il gourmet venne presentato a tre signori indiani, finanziatori del locale, tutti in abito scuro. Questi si alzarono da tavola e, senza sorridere, gli strinsero la mano, temendo forse che, se avessero sorriso, lui in seguito li avrebbe raggirati. Al bancone del bar gli fu presentata la responsabile delle pubbliche relazioni del ristorante, Patricia, che lo aveva convinto a cenare lì quella sera, ma lei, alzandosi dallo sgabello, iniziò a ondeggiare. Aveva bevuto troppo per festeggiare la presenza del critico e da lontano sembrava che oscillasse in preda all’estasi religiosa. Poi i due se ne andarono. Subito dopo la loro uscita il sollievo generale spazzò via i ruoli recitati fino a un attimo prima, insieme allo sfavillio del locale. Le uniche luci rimaste accese erano quelle delle lampade da carrozza del bancone e delle candele sul tavolo dei tre investitori, che mangiavano le loro prelibatezze vegetariane. In quella penombra intima, si riunirono tutti per festeggiare.
Lila preparò dei drink e li offrì a chiunque ne volesse uno, mentre Singh gironzolava a mani vuote, senza criticare, senza elogiare nessuno, muto. Kamala si sciolse il sari verde, spinse l’elastico della lunga sottogonna sotto la pancia e si mise a danzare. Dallo stereo iniziò a salire la sua musica frenetica. Ballava scalza, con mani e braccia che volteggiavano colme di desiderio e il ventre scosso da piccoli sussulti e onde. Suo marito, che spesso la accompagnava a casa, comparve in cima alle scale e si fermò a guardarla, contento e imbarazzato. I due camerieri, che adesso indossavano giacche di pelle ed erano a capo
scoperto, fingevano indifferenza. Marlie, con la pelliccia sintetica sopra il sari, era seduta al tavolino basso da cocktail, intenta a staccarsi scaglie di smalto dalle unghie, e alzava gli occhi solo per controllare se fosse arrivato il suo ragazzo, un giovane medico, che l’avrebbe riportata a casa. Alma, con il sari riposto nella borsa di tela, stava in piedi accanto alle scale.Una volta finita la danza, se ne sarebbe andata e nessuno avrebbe saputo che era uscita e che l’aveva fatto da sola.
“Dov’è finito il tuo ragazzo, stasera?”
Il marito di Kamala, che insegnava matematica in un liceo, la intimidiva per tanti motivi: le sue parole sempre precise, gli occhi che pretendevano le risposte giuste. Con il suo fidanzato avevano passato parecchio tempo al bancone, aspettando di accompagnare a casa le loro donne. Se fosse stato in grado di comprendere l’ingarbugliato codice della perdita, forse avrebbe potuto rispondergli: Non so dove sia, è con un’altra, ma non so dirti chi è e non so neanche più chi è lui e nemmeno chi sono io, ammesso che lo abbia mai saputo.
“A lezione di scultura alla scuola d’arte: si fermano fino a tardi” rispose.
Le tre cuoche minute sfilarono accanto a loro, passando vicine ad Alma, con maglioni da poco e vecchi cappotti sui sari sbiaditi. Diedero la buonanotte a nessuno in particolare e nessuno le vide scendere le scale e uscire nella notte.
A quel punto Singh, tra i pochi rimasti a guardare la danzatrice del ventre, crollò a terra rovinando sulla moglie, che venne trascinata giù insieme a lui. Subito i camerieri la rialzarono e Marlie corse alla nicchia a spegnere la musica. I tre finanziatori si chinarono sull’uomo a terra e uno di loro, che stringeva ancora un tovagliolo bianco, gridò minaccioso il nome di Singh, sperando di farlo tornare in sé e alle proprie responsabilità. Gli uomini fecero un passo indietro e a quel punto i camerieri si inginocchiarono accanto a lui chiamandolo piano, mentre uno di loro gli posava l’orecchio sul torace e cercava di sentirgli il polso: niente. Fu fatto passare di mano in mano un tovagliolo bagnato nell’acqua ghiacciata, che gli venne disteso sulla fronte. Gli inumidirono le labbra con un goccio di brandy e, quando fu chiaro che ormai
Singh era ben oltre quei goffi tentativi di lusinga, si allontanarono da lui. Giaceva riverso su un fianco, il turbante di sbieco, la giacca bianca scomposta. Qualcuno gli aveva tolto le scarpe, pensando che questo lo aiutasse a rilassarsi. Le gambe dei pantaloni erano scivolate verso l’alto, e al di sopra delle calze di seta nera si vedevano le tibie magre.
Certe sere, dopo aver chiuso il ristorante, Singh indossava il turbante e la giacca alla Nehru e si tuffava nella vita notturna che si svolgeva poco lontano da lì, entrando nei bar e nei locali di striptease amatoriale, una presenza così singolare e imponente che la gente gli faceva largo.
Piagnucolando, Lila vagava per i tavoli, spalancando le braccia e incrociandole sul petto, ripetendo in continuazione quel gesto, come in un rito tutto suo con cui esprimeva incredula la propria perdita. La ragazza delle pubbliche relazioni singhiozzava, con la testa appoggiata sul tavolo. Alma, insieme a Marlie e Kamala, piangeva in silenzio in cucina. Gli erano affezionate, ogni tanto si scambiavano qualche battutina su di lui e Singh non capiva mai perché ridessero.
Finché non fu portato via, nessuno se ne andò, poi uscirono tutti insieme, scendendo i gradini ricoperti da un tappeto color cachi. Il freddo del primo mattino disperse il gruppo. Ognuno raggiunse la propria auto, e Lila sarebbe stata accompagnata a casa da uno degli investitori indiani, mentre gli altri due li avrebbero seguiti con la loro macchina. Alma la guardò allontanarsi, una donna snella avvolta in un lungo cappotto chiaro, con il sari frusciante alle caviglie, che sbiadiva in lontananza.
Il cameriere che aveva servito il celebre gourmet accompagnò a casa Alma in auto. Al ristorante lui non parlava quasi mai, ma in quel momento le disse: “Terribile, terribile. Credo che avesse solo quarant’anni”. Poi, per il resto del tragitto, rimase in silenzio.
Quando Alma entrò nell’appartamento buio, non accese nemmeno una luce perché vedeva abbastanza distintamente che le cose del suo ragazzo non c’erano più e che la casa era vuota, nonostante i suoi averi fossero ancora lì, in tutta la loro solidità. Si distese sul letto vestita, chiedendo al sonno di rimandare il momento in cui avrebbe dovuto affrontare quella sua perdita irrimediabile. Un’ora o un minuto dopo si ritrovò completamente sveglia, già seduta sul letto. Non era stato il senso di perdita a strapparla al sonno, ma la gratitudine per il fatto che il suo ragazzo, che l’aveva lasciata, le fosse stato portato via da un sogno, e da nient’altro.

 

Traduzione di  Francesca Cosi e Alessandra Repossi

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