26 Giu Rick Bass | Nella regione selvaggia
All’inizio esploravamo la campagna con mappe rozze disegnate dal nonno sul retro di sacchetti di carta. Poi, crescendo, usammo carte bianche, che dovevamo riempire noi mentre ci addentravamo in luoghi nuovi, i luoghi più selvaggi, quelli che solo lui conosceva. Diceva che era meglio andarci senza mappe.
Quando avevo dieci anni conoscevo già i nomi di quasi tutto ciò che vedevo, e anche di molte cose che non potevo vedere. Il nonno diceva che ero la migliore nipote che si potesse desiderare, ma che mi avrebbe amata anche se non avessi amato i boschi e gli uccelli. Ero di cinque anni più grande di mio fratello Omar, che iniziai a portare nei boschi quando ne avevo undici. Allora il nonno diceva che stavo crescendo come la mamma avrebbe voluto, e ci credevo – ci credo ancora. La mamma aveva scelto di vivere qui anche dopo aver scoperto di essere malata. È sepolta sulla scarpata, centoventi metri sopra il fiume Nueces. Mentre stava morendo, mio papà tirò fuori la mappa e, con il suo aiuto, tracciò una linea da est a ovest e poi una da nord a sud, per trovare il punto centrale del nostro terreno di diecimila acri. Decisero di seminarla lì. Fu la parola che usò la mamma – avevo otto anni – e solo dopo che la mamma l’ebbe detta, anche il papà riuscì a pronunciarla. Capisco ora il dono racchiuso in quella parola: la mamma stava offrendo al papà un modo per continuare a pensare a lei anche dopo che avrebbe lasciato il corpo – come una memoria storica, una forza che cresceva dalla terra e dalla roccia.
La deponemmo sotto la più grande quercia che avessimo mai visto, viva fin dai tempi in cui Cabeza de Vaca era passato barcollando da queste parti. La mamma scherzò dicendo che era una fortuna che la X fosse caduta vicino al bordo di quella scarpata, perché altri quindici metri l’avrebbero collocata sul fondo del West Fork del Nueces, e quel pensiero la turbava, dato che non aveva mai imparato a nuotare.
