Ring Lardner / La grande mela

Questo è soltanto il ritaglio di un giornale di New York; un breve articolo scherzoso apparso su di me due anni fa. Dice:
“Un ricco possidente dell’Indiana ha messo al tappeto Wall Street. I brokers della H. L. Kause & Co. non hanno dubbi nell’affermare che, ieri pomeriggio, un ricco possidente dell’Indiana sia stato il protagonista di uno dei migliori eventi dell’anno a Wall Street. Non è disponibile alcuna informazione dettagliata, poiché il nome dell’uomo misterioso proveniente dalla regione a ovest del Mississippi era noto soltanto a uno degli impiegati dell’azienda, Francis Griffin, che la scorsa notte non è stato in grado di ricordarlo.”
Potreste pensare che io sia un milionario e che abbia truffato la Morgan o qualcosa del genere, ma si tratta solo di una burla, capite? Se i giornali avessero raccontato la vera storia non avrebbero avuto spazio sulle loro pagine per raccontare le giornate di selezioni per la gara di Pimlico, e Dio sa quanto sarebbe stato terribile.
Ma se vi interessa saperne di più, posso raccontarvelo io.
Dunque, la guerra si incartò su se stessa nell’autunno del 1918. L’unico membro della mia famiglia che ci rimise la pelle fu il patrigno di mia moglie. Morì di crepacuore quando la guerra finì, e con essa scomparvero duecentomila dollari di anticipi. Immediatamente misi una fascia nera attorno al braccio sinistro, ma quando lessero il testamento mi ripresi e strappai via il segno di lutto. La nostra quota era di settantacinque mila dollari. Questo era quanto restava dopo aver pagato le tasse di successione e le imposte per un funerale senza cavalli.
Kate, la mia giovane cognata, ereditò altri settantacinque mila dollari e il resto andò al vecchio che era stato soprintendente nella fabbrica di papà. Questo rimbambito per vent’anni aveva fatto la fame con lo stipendio che percepiva da mio suocero. Quando venne letto il suo nome come beneficiario di un pezzetto di pane, noi non pronunciammo verbo. Sapevamo che non aveva più denti per goderselo.
Forse avrei potuto avere io la quota del vecchio soprintendente se mi fossi avvalso della proposta che ‘Papà’ mi fece appena prima che io e sua figlia ci sposassimo. Mi trovavo a Niles, in Michigan, dove abitavano loro. Lui insistette per farmi visitare la sua fabbrica, cosa che significava beccarsi anche il suo odore. Allora guadagnavo circa mille ottocento dollari all’anno vendendo sigari in prossimità di South Bend e il vecchio disse che mi avrebbe assunto con una decurtazione solo del cinquanta per cento, ma avrei avuto il privilegio di stare con lui e con la sorella minore di mia moglie.
“C’è molto da imparare in questo settore,” disse, “se ti appassioni potresti ambire a diventare un manager. Chi lo sa?”
“Il mio naso lo sa,” risposi, e il discorso fu chiuso.
Anni prima il vecchio aveva perso parecchio denaro. Si era indebitato e per un bel po’, prima della guerra, tutto quello che riuscì a fare fu mantenere se stesso, le due figlie e pagare una parte del suo debito. Quando la guerra scoppiò, il prezzo del cuoio salì alle stelle, io e mia moglie pensammo che si sarebbe arricchito, ma prima che il nostro paese fosse coinvolto nei suoi affari, le cose proseguirono come al solito.
“Non so come facciano,” era solito dire. “Gli altri commercianti di pellami si arricchiscono facendo contratti con gli Alleati, ma io non riesco a concluderne uno.”
Penso stesse provando a vendere coramelle per rasoi alla Russia.
Anche dopo che lo affiancammo, ed egli cominciò a guadagnare, con l’azienda che funzionava giorno e notte, tutto quello che sapevamo era che finalmente aveva stipulato contratti con il governo americano, ma mai ci informò per quale merce stesse trattando. Per quanto ci era dato di sapere, potevano essere medaglie per la Marina di terra.
Comunque, quando sopraggiunse l’armistizio e arrivò la fine della guerra per tutti eccetto che per il Congresso, il vecchio doveva aver capitalizzato un bel gruzzolo! È cosa certa che egli non si trovasse fra coloro che furono arrestati perché celebravano troppo rumorosamente la notte dell’undici novembre. Al contrario venni informato che quando le notizie importanti arrivarono a Niles, il vecchio ebbe un colpo dal quale non si riprese più, e sebbene mia moglie e Kate stessero accanto al suo letto giorno dopo giorno con la speranza che egli le informasse di quanto avrebbe lasciato loro in eredità, egli mantenne i suoi segreti fiscali per Oliver Lodge o qualcun altro, e fino alla lettura del testamento non sapemmo che da quel giorno non avremmo avuto più bisogno di lavorare, cosa consolante nonostante la perdita di un patrigno-suocero che gestiva una fabbrica di olezzo.
“Pensa,” disse mia moglie, “nonostante tutti i suoi guai economici, papà è morto ricco!”
“Sì,” dissi fra me, “e da patriota. Il suo unico rimpianto era che avesse avuto solo un anno a disposizione per vendere cuoio al suo paese.”
Se il vecchio fosse stato un venditore scaltro soltanto la metà delle due figlie, quell’articolo sarebbe stato veritiero quando mi definiva un ricco possidente dell’Indiana. Neppure due settimane dopo la lettura del testamento le ragazze si erano disfatte della fabbrica di olezzo e della vecchia casa a Niles, Michigan. Fu stabilito che Kate venisse a vivere con noi a South Bend. Era una cosa piacevole per me perché pensavo che se due persone potevano vivere con mille ottocento dollari all’anno, tre avrebbero potuto cavarsela con una rendita di oltre centocinquanta mila dollari.

 

Da “La grande mela”

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