Sherwood Anderson / Il romanzo perduto

Mi disse che era stato tutto come in un sogno. Un uomo così, uno scrittore. Beh, lavora per mesi, forse un anno intero su un libro, e poi non c’è una sola parola scritta sulla carta. Intendo che la sua mente ci lavora per davvero. Evidentemente il libro s’è costruito lentamente, e poi è andato distrutto.

Nella sua fantasia, i personaggi si stanno ancora muovendo, avanti e indietro.

Ma c’è qualcosa che ho dimenticato di dire. Sto parlando di un certo romanziere inglese piuttosto famoso, e di una cosa che gli è successa.
Me lo raccontò un giorno a Londra, mentre stavamo passeggiando. Avevamo trascorso diverse ore insieme. Ricordo che eravamo sul Tamigi, al Victoria Embankment, quando mi disse del suo romanzo perduto.
Era venuto presto a trovarmi in albergo, quella sera. Voleva parlare di certi miei racconti.
“Sembri sul punto di raggiungere qualcosa, in certi momenti,” disse.
Concordammo che nessuno è mai abbastanza bravo per raggiungerlo – quel qualcosa.
Non so davvero se mai sia esistito un uomo capace di riuscirci, a svelare le carte sul tavolo, se capite cosa intendo: a prendere il toro per le corna.
Che senso avrebbe d’altra parte continuare a provarci, se qualcuno ci fosse già riuscito?
Vi dirò una cosa: ci sono stati alcuni della vecchia scuola che ci sono andati parecchio vicino.
Keats, forse? E Shakespeare. E George Borrow e Defoe.
Passammo una buona mezz’ora a elencare nomi.
Poi, dopo essere usciti insieme a cena, una passeggiata.
Era un ometto scuro e nervoso, con i riccioli neri che gli sbucavano a ciuffi spettinati fuori dal cappello.
Poi iniziò a parlare del suo primo libro.

Ma c’è da fare una breve premessa alla sua storia. Veniva da una famiglia di contadini, che vivevano in un villaggio della campagna inglese. Era come tutti gli scrittori. Fin dall’inizio aveva desiderato solo scrivere.
Non aveva alcuna istruzione. A ventidue anni s’era sposato, con quella che doveva essere una brava ragazza, molto carina e onesta. Se non ricordo male era la figlia di un pastore anglicano.
Proprio il tipo di persona che non avrebbe mai dovuto sposare. Ma si può forse davvero scegliere chi amare – e sposare? Lei apparteneva a una classe superiore. Aveva frequentato un college femminile; era ben istruita.
Sono certo che lo considerasse un uomo ignorante.
“Ma al tempo stesso pensava che fossi dolce e gentile. Peccato,” mi disse poi, parlandone, “che io non sono affatto dolce. Odio ogni forma di dolcezza.”
Eravamo arrivati a questa specie d’intimità, camminando nella notte di Londra, e riparandoci ogni tanto in un pub a bere qualcosa.
Ricordo che avevamo anche comprato una bottiglia a testa da portar via, temendo che i locali potessero chiudere prima della fine della nostra passeggiata.
Non ricordo cosa gli raccontai di me, e delle mie avventure.
Il punto è che lui voleva fare della sua donna una sorta di pagana miscredente, ma mancavano in lei le premesse necessarie.

 

Da ‘Il romanzo perduto’

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